Gus Van Sant, quattro decenni di visioni e ribellioni

Quarant'anni di visioni: Gus Van Sant riflette sulla sua parabola artistica, da Will Hunting a Milk fino a Dead Man's Wire

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È con metodica coerenza che Gus Van Sant attraversa i decenni, muovendosi con la grazia di un funambolo tra le luci della ribalta di Hollywood e le ombre umide dei vicoli di Portland.

Il cinema contemporaneo, ormai lo sappiamo, è sempre più spesso un esercizio di stile muscolare, ma Gus Van Sant resta il sarto meticoloso del frammento, l'uomo che ha trasformato la cronaca (quella vera, sporca, crudele, da prima pagina) in una forma di sognante astrazione.

Con l'imminente uscita di Dead Man's Wire (in uscita limitata il 9 gennaio e in ampia distribuzione il 16 dello stesso mese), il regista torna a riflettere - in una intervista a Variety - sulla sua lunga carriera, colma di paradossi. Come può l'autore dell'etereo e radicale Elephant essere lo stesso dietro il trionfo pop di Will Hunting - Genio ribelle? La risposta forse risiede in una gestione quasi artigianale del "buon inizio".

"Un buon inizio è facile", afferma Van Sant, coin quel pragmatismo che lo contraddistingue, "ma trovarne uno che regga fino alla fine, resistendo all'invasione di attori, location e costumi? È lì che inizia il cinema."

L'estetica del fatto cronaca

La filmografia di Gus Van Sant è un archivio di esistenze autentiche filtrate da un occhio mai giudicante. Da Belli e Dannati a Milk, il regista ha imparato a negoziare con la realtà.

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Tutto sta nel saper illuminare la storia, non fotografarla. Ricorda con un sorriso quasi complice l'intuizione di Buck Henry in Da morire. Quella scena di Nicole Kidman che balla sotto i fari dell'auto era un puro artificio metaforico. Ma è diventata la verità emotiva del film.

Questo equilibrio tra il rigore del documentario e la licenza poetica raggiunge il suo apice in Milk. Qui il tocco da maestro è stato saper sottrarre. Eliminare il circo mediatico del processo a Dan White per lasciare che Harvey Milk brillasse di luce propria. È la vittoria della leggenda sulla stampa, un approccio che Van Sant ammette di adottare con un certo gusto ironico quando i dettagli "sono troppo belli per essere verificati".

La chiusura del cerchio

Con Dead Man's Wire Van Sant sembra voler tornare alle origini, a quel sapore di marginalità che nel 1989 rese Drugstore Cowboy un manifesto generazionale. La storia del sequestratore Tony Kiritsis (interpretato da un Bill Skarsgård che promette scintille) è un mix di umorismo nero e quella partecipazione ossessiva dei media che già avevamo visto in Da morire.

Un momento è particolarmente rivelatore nel film. Quando il protagonista riflette sulle sue doti di ballerino mentre tiene un uomo in ostaggio. Ed ecco riemergere il tocco classico di Van Sant, trovare l'umanità nell'assurdo, il dettaglio lirico nel cuore del caos.

"Dopo averlo finito," ridacchia il regista, "mi sono reso conto che somigliava a Drugstore Cowboy senza che lo avessi pianificato. Il cerchio si chiude."

Dead Man's Wire, applaudito a Venezia e Toronto, è la conferma che Gus Van Sant è rimasto l'unico regista capace di raccontare l'America senza filtri, guardandola dritto negli occhi. O per meglio dire, osservandola di profilo mentre balla da sola sotto i fari di un'auto.

Intervista a Variety

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