Ha solo 20 anni, ma ha già le idee chiare: il regista di Backrooms si scaglia contro l'intelligenza artificiale
Kane Parsons, regista di Backrooms, definisce l'AI generativa "marciume culturale ed economico" e spiega perché rifiuta l'intelligenza artificiale nel cinema.
A soli 20 anni, Kane Parsons ha già scritto una pagina di storia del cinema indipendente americano. Con Backrooms, il suo debutto alla regia per A24, ha infranto ogni record per la casa di produzione, dimostrando che l'età anagrafica conta poco quando il talento è autentico. Ma proprio mentre Hollywood celebra questo enfant prodige cresciuto su YouTube, Parsons prende una posizione netta e controcorrente: l'intelligenza artificiale generativa non ha posto nel futuro del cinema.
"Dal punto di vista creativo, non provo alcun piacere nell'usare questi strumenti. Vanifica completamente lo scopo per me", spiega il regista. Una posizione che potrebbe sembrare paradossale per qualcuno che ha costruito la propria carriera imparando da autodidatta software complessi come Blender, utilizzando tutorial gratuiti su YouTube e un laptop che lui stesso definisce "abbastanza scadente". Ma è proprio questa esperienza diretta con la tecnologia che gli permette di distinguere tra strumenti che amplificano la creatività umana e quelli che la sostituiscono.
Parsons riconosce che l'AI potrebbe avere applicazioni utili in alcuni processi più tediosi della post-produzione e degli effetti visivi, ma aggiunge immediatamente una precisazione importante: "In questo momento è difficile discuterne oggettivamente perché c'è così tanto in gioco e ci sono già così tante conseguenze genuinamente dannose in atto". Non è una paura astratta del futuro, ma l'osservazione di un fenomeno che sta già trasformando il panorama visivo della nostra quotidianità.
Questa consapevolezza critica, tuttavia, non si traduce in un rifiuto totale dell'AI come argomento artistico. Al contrario, Parsons vede nell'intelligenza artificiale un tema ricco di potenziale narrativo. "Quello che mi interessa di più è interrogarla artisticamente", spiega. "Per me l'AI generativa sembra meno un'innovazione che un sintomo di un marciume culturale ed economico più ampio. Sono interessato a usare quell'iconografia nell'arte, non a usare l'AI per creare l'arte stessa, ma a esaminare cosa rappresenta. Voglio sicuramente esplorarla ulteriormente in progetti futuri".
La posizione di Parsons sull'intelligenza artificiale fa parte di un dibattito che attraversa oggi tutta Hollywood e l'industria creativa globale. Mentre alcuni studios e produttori vedono nell'AI un'opportunità per ridurre i costi e accelerare i processi, artisti, sceneggiatori e tecnici alzano barricate per difendere il valore del lavoro umano. Non è solo una questione di posti di lavoro, anche se le implicazioni economiche sono enormi. È una questione di cosa significhi creare, di dove risieda il valore dell'arte, di quale futuro culturale vogliamo costruire.