Hai amato il nuovo Non abbiam bisogno di parole su Netflix? Ecco 4 film che dovresti vedere

Hai amato Non abbiam bisogno di parole? Scopri 3 film imperdibili tra famiglia, musica e sogni.

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Non abbiam bisogno di parole sta dominando Netflix Italia. Al momento in cui scriviamo, il film diretto da Luca Ribuoli con Sarah Toscano al suo debutto cinematografico occupa saldamente la prima posizione tra i contenuti più visti sulla piattaforma. Un successo che non sorprende, considerando la forza emotiva di una storia che intreccia famiglia, musica e la difficile scelta tra responsabilità e sogni personali.

La pellicola racconta le vicende di Elettra, una sedicenne che vive con i genitori e il fratello, tutti non udenti. Unico ponte tra la sua famiglia e il mondo esterno, Elettra si ritrova improvvisamente a fare i conti con una scoperta che cambierà tutto: ha un talento straordinario per il canto. Ma seguire questa vocazione significa anche allontanarsi da chi ama, dalle responsabilità familiari che si è sempre assunta. È una frattura dolorosa, quella tra ciò che siamo chiamati a essere e ciò che sentiamo di dover fare per gli altri.

Se questa storia vi ha toccato nel profondo e state cercando qualcosa di altrettanto intenso, abbiamo selezionato 4 film che esplorano tematiche simili, ciascuno con la propria sensibilità e il proprio linguaggio cinematografico.

La famiglia Bélier (2014)

Una scena di La Famiglia Belier, fonte: BiM Distribuzione

La famiglia Bélier rappresenta il punto di partenza imprescindibile. Non solo perché Non abbiam bisogno di parole è un remake proprio di questo film francese del 2014, ma perché il lavoro originale mantiene una freschezza e un'autenticità che meritano di essere vissute. La protagonista Paula si trova esattamente nella stessa situazione di Elettra: quando le si presenta l'opportunità di studiare canto a Parigi, deve scegliere tra il proprio futuro artistico e il ruolo insostituibile che ricopre in una famiglia i cui membri sono tutti non udenti.

Il film di Éric Lartigau ha ispirato anche il remake americano CODA - I segni del cuore, vincitore del premio Oscar come miglior film nel 2022. Ma La famiglia Bélier conserva una particolare leggerezza tipicamente francese nel trattare un tema così delicato, mescolando momenti di grande commozione a una comicità mai forzata. La performance canora della giovane protagonista Louane Emera diventa metafora potente di un talento che non può essere soffocato, di una voce che deve trovare il proprio spazio nel mondo.

CODA - I segni del cuore (2022)

Poster di Coda I Segni del Cuore, fonte: Disney Pictures

Non potevamo parlarvi e consigliarvi il film originale La Famiglia Belier senza mettere tra i nostri consigli anche il suo remake americano che ha vinto l'Oscar a miglior film. Ma ciò che stupisce di CODA - I segni del cuore non è la storia in sé o l'aver ottenuto la statuetta più ambita, ma l'attore che ha vinto come attore non protagonista. Stiamo parlando di Troy Kotsur, un talento incredibile che è riuscito a scalzare grandi nomi di Hollywood.

Troy Kotsur delinea la figura di un padre tormentato, dinamico, appassionato che cerca in tutti i modi di lasciar andare la figlia, incoraggiandola a intraprendere una carriera che la porterà lontano. Sapendo, ciò nonostante, che tornerà nel momento del bisogno. Solo la sua figura regge un film che, malgrado le critiche, si è meritato l'Oscar.

Sing Street (2016)

Una scena di Sing Street, fonte: Rai

Sing Street cambia completamente registro e ambientazione. Siamo nella Dublino degli anni Ottanta, in piena crisi economica. Conor è un ragazzo che affronta quotidianamente le difficoltà di una vita familiare complessa: genitori in rotta di collisione, ristrettezze economiche, un fratello maggiore brillante ma frustrato. La sua valvola di sfuga diventa la musica, prima come stratagemma per conquistare una ragazza, poi come vera e propria ragione di vita.

Il regista John Carney, già autore del celebrato Once, firma nel 2016 una lettera d'amore al potere liberatorio della creatività giovanile. Sing Street non è solo un coming-of-age movie intriso di nostalgia synth-pop, ma un inno alla capacità dei sogni di renderci più forti delle circostanze. Mentre Conor e i suoi amici scrivono canzoni sempre più ambiziose, componendo videoclip artigianali e ridicoli, il film ci ricorda che inseguire un'aspirazione artistica non è mai questione di successo garantito, ma di fedeltà a se stessi.

La colonna sonora originale, che omaggia Duran Duran, The Cure e gli A-ha, è essa stessa un personaggio del film. Ogni brano scandisce la maturazione del protagonista, il suo progressivo distacco da una realtà grigia verso un futuro immaginato a colori vividi.

Billy Elliot (2000)

Una scena di Billy Elliot, fonte: UIP

Billy Elliot. Il film di Stephen Daldry, uscito nel 2000, porta la narrazione su un terreno ancora diverso. Non è più il canto ma la danza a rappresentare il sogno proibito del giovane protagonista. Billy vive nel nord dell'Inghilterra durante lo sciopero dei minatori del 1984, in una comunità operaia dove la mascolinità è definita dal lavoro duro, dalla boxe, dalla resistenza fisica. Scoprire di avere un talento naturale per la danza classica significa per Billy scontrarsi con un intero sistema di aspettative familiari e sociali. Suo padre e suo fratello sono minatori in lotta per i propri diritti, e l'idea che un ragazzo possa dedicarsi a qualcosa considerato "da femmine" appare inizialmente come un tradimento imperdonabile.

Ma è proprio questa la forza dirompente di Billy Elliot: mostrare come l'arte possa aprire crepe nelle strutture più rigide, come la bellezza possa emergere anche dalle ceneri di un mondo che sta morendo. La relazione tra Billy e la sua insegnante di danza, Mrs Wilkinson, diventa il fulcro emotivo del film. Lei riconosce il suo talento e lo spinge oltre i limiti che la società gli ha imposto. Il padre, interpretato da un monumentale Jamie Bell, compie un percorso di trasformazione doloroso ma necessario, arrivando a sacrificare tutto per permettere al figlio di sostenere l'audizione per la Royal Ballet School.

La scena in cui Billy balla per la prima volta davanti al padre, liberando tutta la rabbia e la passione che ha dentro, resta uno dei momenti più potenti del cinema britannico contemporaneo. Non servono parole, appunto. Serve solo il linguaggio universale del corpo in movimento, capace di comunicare ciò che le frasi non potrebbero mai esprimere.

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