Il Diavolo veste Prada, in arrivo un terzo film? Il cast rompe (finalmente) il silenzio
Il diavolo veste Prada 3 si farà? Il cast apre al sequel: tra entusiasmo, strategie e incognite sul futuro della saga
Ci sono film che non finiscono davvero con i titoli di coda. Restano sospesi nell’immaginario collettivo, pronti a riemergere quando il pubblico torna a reclamarli. Il diavolo veste Prada appartiene esattamente a questa categoria. A distanza di vent’anni dal debutto e con il secondo capitolo appena riportato in sala, Hollywood si interroga già su un possibile terzo atto.
Non è un’ipotesi campata in aria. Le dichiarazioni raccolte nelle ultime ore restituiscono un clima sorprendentemente aperto. Meryl Streep, volto iconico della glaciale Miranda Priestly, ha sintetizzato il sentimento generale con una battuta che suona come un invito: non aspettare altri vent’anni.Una frase pronunciata con leggerezza, ma che fotografa una verità industriale ben precisa: il tempo, nel cinema contemporaneo, è una variabile sempre più strategica.
Ci sarà un terzo capitolo?
Accanto a lei, Stanley Tucci non nasconde lo stesso entusiasmo, filtrato attraverso l’ironia che lo contraddistingue. Il suo Nigel, uno dei personaggi più amati del primo film, potrebbe avere ancora molto da dire. E proprio su questo punto si concentra una delle riflessioni più interessanti emerse dal cast: la necessità di dare ai personaggi nuove traiettorie, evitando di replicare dinamiche già viste.
Anche Emily Blunt guarda a un eventuale terzo film con una prospettiva narrativa chiara. Il rapporto tra i personaggi, in particolare quello con Tucci, potrebbe essere sviluppato in modo più profondo, superando la frammentazione vista nel secondo capitolo. È un dettaglio che rivela molto della direzione possibile: meno nostalgia, più evoluzione.
Il nodo centrale resta però legato a Anne Hathaway. Il suo personaggio, Andrea Sachs, rappresenta il punto di ingresso dello spettatore in un mondo fatto di potere, estetica e ambizione. Hathaway non si sbilancia, ma introduce una variabile decisiva: il risultato al botteghino del secondo film.
In un’industria sempre più guidata dai numeri, il destino di un franchise si misura prima di tutto in termini di risposta del pubblico.
Dietro le quinte, il regista David Frankel mantiene una posizione più prudente. La sua esperienza gli suggerisce che dichiarare un sequel troppo presto può rivelarsi controproducente. Eppure, anche nelle sue parole si intravede una possibilità concreta: i personaggi hanno ancora una vita, anche oltre la storia già raccontata.
Questo è il punto chiave. Il successo de Il diavolo veste Prada non è mai stato solo legato alla trama, ma alla forza dei suoi protagonisti. Figure complesse, capaci di attraversare il tempo senza perdere rilevanza. È qui che si gioca la partita di un eventuale terzo film: trovare un equilibrio tra continuità e trasformazione.
Nel frattempo, Hollywood continua a dimostrare una tendenza sempre più evidente: riportare in vita universi narrativi già consolidati, ma adattandoli a un pubblico cambiato. Il rischio, naturalmente, è quello di affidarsi eccessivamente alla nostalgia. Ma quando il materiale di partenza è solido, come in questo caso, l’operazione può trasformarsi in qualcosa di più di un semplice revival.
La domanda, quindi, non è solo se ci sarà un terzo film. È capire che forma potrebbe avere. Un nuovo capitolo deve giustificare la propria esistenza, non limitarsi a prolungare il successo precedente. E per riuscirci, dovrà intercettare le trasformazioni di un mondo – quello della moda e dei media – che negli ultimi vent’anni è cambiato radicalmente.
Per ora, tutto resta aperto. Ma una cosa è certa: quando un cast di questo livello smette di parlare al passato e inizia a immaginare il futuro, significa che la storia non è ancora finita.
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