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Il Gigante di Ferro, il libro che ha ispirato il film: la storia che quasi nessuno conosce

Dietro il cult d’animazione diretto da Brad Bird c’è un racconto del 1968 molto diverso da quello arrivato al cinema. E proprio le differenze tra il libro di Ted Hughes e il film raccontano perché questa storia sia diventata così speciale.

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Il Gigante di Ferro, uscito nel 1999 e diretto da Brad Bird fu accolto con grande favore dalla critica ma penalizzato da una distribuzione e da una promozione tutt’altro che aggressive: il film infatti non riuscì inizialmente a conquistare il pubblico delle sale. Negli anni successivi, però, l’home video e il passaparola contribuirono a trasformarlo in un autentico cult.

A renderlo ancora più interessante è una curiosità che spesso passa in secondo piano: la storia del Gigante non nasce interamente per il cinema. Brad Bird e gli sceneggiatori partirono infatti da L’uomo di ferro (The Iron Man), libro per ragazzi pubblicato nel 1968 dal poeta e scrittore britannico Ted Hughes. Tuttavia dire semplicemente “il libro da cui è tratto il film” rischia di essere riduttivo, perché tra le due opere esistono differenze enormi. Il film conserva l’idea di fondo e alcuni personaggi, ma trasforma quasi completamente il significato della vicenda.

La storia cinematografica è ambientata nel Maine nell’autunno del 1957, in piena Guerra Fredda, poco dopo il lancio dello Sputnik. Il giovane Hogarth Hughes, un bambino curioso e appassionato di fantascienza, vive con la madre Annie nella cittadina di Rockwell. Una notte, dopo aver notato alcuni strani guasti e una scia di distruzione nella foresta, Hogarth scopre una creatura gigantesca composta interamente di metallo. Il robot è precipitato sulla Terra e sembra avere perso la memoria. È enorme e potenzialmente pericoloso, ma il bambino capisce presto che non è animato da cattive intenzioni.

Il gigante di ferro - Fonte: Warner Bros. Animation

Tra Hogarth e il Gigante nasce così un’amicizia profonda. Il bambino gli insegna a conoscere il mondo, mentre il robot scopre progressivamente emozioni e sentimenti che sembrano estranei alla sua natura meccanica. A proteggerlo interviene anche Dean McCoppin, artista e proprietario di una discarica, che nasconde il Gigante tra i rottami. Il problema arriva quando entra in scena l’agente federale Kent Mansley, convinto che il misterioso essere rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale. In un’America dominata dalla paura della Guerra Fredda, l’idea di un gigantesco robot sconosciuto proveniente dallo spazio diventa sufficiente per scatenare una reazione militare.

Il vero cuore del film, però, non è lo scontro tra il Gigante e l’esercito. È la domanda che Hogarth gli insegna a porsi: se sei stato costruito per essere un’arma, sei necessariamente destinato a diventarlo? La risposta arriva nel finale, quando il Gigante decide autonomamente chi vuole essere. Di fronte a un missile nucleare diretto verso Rockwell, sceglie di sacrificarsi per salvare la città. La sua celebre frase ideale, “Superman”, riassume perfettamente la sua evoluzione: da macchina progettata per distruggere a eroe sceglie il bene.

Per comprendere davvero il film bisogna tornare indietro di oltre trent’anni, fino al 1968. È allora che Ted Hughes pubblica The Iron Man, un racconto per ragazzi costruito intorno alla figura di un misterioso gigante di ferro comparso improvvisamente sulla Terra. Il libro è una fiaba fantascientifica molto più breve, surreale e simbolica rispetto al film di Brad Bird.

Hughes immagina il suo Uomo di ferro come una creatura quasi leggendaria: arriva dal nulla, si nutre di metallo e mette in difficoltà gli abitanti della campagna, che cercano inizialmente di fermarlo. Anche Hogarth è presente e diventa fondamentale per il suo rapporto con gli esseri umani. Ma qui arriva la prima grande sorpresa: il Gigante del libro non è una macchina da guerra.

Questa è una delle differenze più importanti rispetto al film. Nel racconto di Hughes il protagonista non possiede la complessa identità militare che Brad Bird gli attribuisce. Il regista prende invece l’idea di una creatura metallica apparentemente minacciosa e la trasforma in una riflessione sulla violenza, sulle armi e sulla possibilità di scegliere il proprio destino.

Il gigante di ferro - Fonte: Warner Bros. Animation

Anche il rapporto tra Hogarth e il Gigante cambia profondamente. Nel libro, Hogarth è soprattutto il bambino che contribuisce a far convivere il misterioso essere con la comunità. Gli abitanti sono preoccupati perché il gigante divora macchinari agricoli e decidono quindi di catturarlo attraverso una trappola. Una volta liberatosi, l’Uomo di ferro viene indirizzato verso una discarica, dove può nutrirsi dei rottami senza provocare ulteriori danni. Nel film, invece, Hogarth diventa il vero protagonista umano. Brad Bird costruisce intorno a lui una storia di crescita, responsabilità e amicizia. È il bambino a insegnare al Gigante il significato della libertà e della scelta.

Non è un cambiamento secondario: nel passaggio dal libro al cinema, il rapporto tra i due diventa il fulcro dell'intera vicenda. Lo stesso Brad Bird ha spiegato di aver amato la semplicità poetica del libro, ma di aver voluto sviluppare maggiormente il legame tra il bambino e il Gigante, anziché seguire la direzione presa dal romanzo nella seconda parte. La sorpresa più grande riguarda probabilmente il terzo atto.

Chi conosce soltanto il film potrebbe pensare che la minaccia militare e il missile nucleare siano elementi fondamentali dell'opera originale. Non è così. Nel libro di Ted Hughes il Gigante deve affrontare un essere proveniente dallo spazio, una gigantesca creatura simile a un drago, indicata come Space-Bat-Angel-Dragon. L'essere arriva sulla Terra e minaccia l'umanità, che prova inutilmente a fermarlo utilizzando le proprie armi. L'Uomo di ferro decide allora di affrontarlo in una gara di resistenza. La sfida consiste nel sopportare temperature estreme: il Gigante deve dimostrare di poter resistere al calore più a lungo della creatura spaziale. Alla fine riesce a prevalere.

Ma il senso della conclusione è molto lontano da quello del film. Il drago extraterrestre non viene semplicemente distrutto: si rivela una sorta di spirito cosmico e la sua musica contribuisce a riportare armonia sulla Terra. La storia di Hughes si chiude quindi con una visione quasi fiabesca della pace universale e dell'armonia tra gli esseri viventi. Brad Bird elimina completamente questa parte e costruisce una conclusione drammatica incentrata sul sacrificio del Gigante.

Quando Bird si avvicinò al progetto, conosceva e apprezzava il libro di Hughes, ma non voleva realizzarne una semplice trasposizione. Il suo interesse era soprattutto quello di trasformare il Gigante in una figura che affronta un conflitto morale: che cosa succede quando una creatura costruita come arma scopre di poter scegliere di non esserlo? Da qui nasce una delle idee più potenti dell'intero film: il Gigante non deve soltanto essere accettato dagli esseri umani. Deve imparare a definire se stesso.

Il contesto della Guerra Fredda diventa quindi essenziale. L'America del 1957 è attraversata dalla paura dell'atomica, dal timore dell'invasione e dalla diffidenza verso ciò che arriva dall'esterno. Un enorme robot extraterrestre è, in questo senso, la rappresentazione perfetta della paura dell'ignoto. Eppure il vero pericolo non è necessariamente il mostro che arriva dal cielo. È la paura che gli uomini proiettano su di lui.

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