Il nome della rosa compie 40 anni: dietro il film con Sean Connery nulla andò come previsto
Il nome della rosa compie 40 anni: dal rischio Sean Connery all’enorme abbazia costruita da zero, la storia dietro il film è sorprendente.
Quarant'anni dopo, Il nome della rosa resta uno di quei film che sembrano essere sempre esistiti. Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville, Christian Slater in quelli del giovane Adso, l'abbazia immersa nella nebbia e quella biblioteca-labirinto sono diventati immagini praticamente inseparabili dal romanzo di Umberto Eco. Eppure portare quel libro al cinema fu tutt'altro che semplice. Difatti il film di Jean-Jacques Annaud arrivò nelle sale americane il 24 settembre 1986, prima di debuttare in Italia il 17 ottobre dello stesso anno.
Non a caso Il nome della rosa non si presenta nei titoli come una semplice trasposizione del romanzo, ma come un “palinsesto” dell'opera di Eco: quasi un nuovo testo scritto sopra quello originale. Ma per rendere credibile quel mondo serviva soprattutto costruirlo. Il monastero che domina il film, infatti, non esiste e gran parte degli esterni venne ricreata appositamente nei dintorni di Roma, a Fiano Romano, mentre la produzione utilizzò anche gli studi di Cinecittà. Il set era gigantesco e venne descritto all'epoca come uno dei più grandi costruiti in Europa dai tempi di Cleopatra. Per gli interni la troupe si spostò invece in Germania, nell'Abbazia di Eberbach.
Ancora oggi circola la convinzione che il film sia stato girato a Castel del Monte o che l'abbazia fosse Rocca Calascio, ma nessuno dei due luoghi venne utilizzato in quel modo. Castel del Monte contribuì piuttosto a ispirare la forma ottagonale della biblioteca, mentre Rocca Calascio non diventò il monastero del film. Le sequenze finali furono però realizzate in una valle dell'Abruzzo situata tra la rocca e Santo Stefano di Sessanio. Anche la biblioteca più famosa del film era completamente artificiale. Il gigantesco labirinto nel quale Guglielmo e Adso cercano di orientarsi venne costruito a Cinecittà, un ambiente pensato per trasformare visivamente uno degli elementi centrali del romanzo in qualcosa di quasi inquietante, con corridoi, scale e passaggi capaci di far perdere ogni punto di riferimento.
L'attore stava attraversando una fase complicata della propria carriera e la sua immagine era ancora fortemente legata a James Bond. Lo stesso Annaud inizialmente aveva delle perplessità e, secondo le ricostruzioni sulla produzione, alcuni potenziali finanziatori non consideravano Connery un nome sufficientemente forte da giustificare l'investimento. Una valutazione che, vista oggi, appare quasi surreale, visto che Connery finì per trasformare Guglielmo in uno dei personaggi più riconoscibili della sua carriera lontano da 007 e per la sua interpretazione vinse anche il BAFTA come miglior attore. Il film contribuì inoltre ad aprire una nuova fase professionale per lui, che l'anno successivo avrebbe conquistato l'Oscar per Gli intoccabili. Al suo fianco c'era un Christian Slater giovanissimo.
Quando interpretò Adso da Melk era ancora agli inizi della carriera e il film rappresentò uno dei suoi primi ruoli cinematografici davvero importanti. Il cast internazionale comprendeva inoltre F. Murray Abraham nei panni dell'inquisitore Bernardo Gui, Michael Lonsdale, Ron Perlman, William Hickey, Feodor Chaliapin Jr., Elya Baskin e Valentina Vargas. Anche dal punto di vista economico la storia de Il nome della rosa prese una strada curiosa.
A quarant'anni di distanza, però, forse il risultato più impressionante non sono nemmeno gli incassi o i premi. È il fatto che quell'abbazia costruita per il cinema sia diventata, nell'immaginario collettivo, quasi più reale di qualsiasi monastero nel quale il film avrebbe potuto essere girato. Il nome della rosa partiva da un romanzo che sembrava quasi impossibile da comprimere in due ore e da un protagonista che qualcuno considerava persino un problema per trovare finanziamenti. Quarant'anni dopo, Sean Connery e quel monastero avvolto dalla nebbia sono esattamente le immagini con cui milioni di spettatori continuano a ricordarlo.