Il nuovo corso del cinema sudcoreano: l’eredità di Parasite e la svolta di No Other Choice
Dal dopo‑Parasite alla nuova satira di Park Chan‑wook, il cinema coreano cambia pelle e guarda avanti
Quando Parasite vinse l’Oscar come Miglior Film nel 2020, non fu solo un trionfo storico. Fu un punto di svolta. Per la prima volta un film non in lingua inglese conquistava la statuetta più ambita dell’Academy, e il mondo si accorgeva di qualcosa che i cinefili sapevano da anni: il cinema sudcoreano non era più un fenomeno di nicchia, ma una forza globale.
Dove sta andando il cinema sudcoreano: il nuovo corso post Parasite
Negli ultimi anni il cinema sudcoreano ha consolidato una reputazione precisa: è un cinema che osa. Mescola i generi con naturalezza, affronta temi sociali senza moralismi, alterna blockbuster ambiziosi a drammi intimi, non teme di essere pop né di essere radicalmente autoriale. Dopo il successo globale di Parasite, la Corea ha continuato a produrre opere capaci di sorprendere e di parlare a pubblici molto diversi, mantenendo una qualità media altissima e una libertà creativa che pochi altri Paesi possono permettersi.
Il ritorno di Park Chan‑wook al cinema con No Other Choice segna un momento chiave. Dopo l’esperienza televisiva de Il simpatizzante, Park firma uno dei film più attesi del 2025. Il protagonista, Man‑su, interpretato da un Lee Byung‑hun in stato di grazia, è un uomo qualunque che perde il lavoro dopo venticinque anni di servizio. Umiliato, invisibile, schiacciato da un sistema che non contempla la fragilità, arriva a contemplare l’omicidio pur di riconquistare un posto nella società. Ne nasce una dark comedy nerissima, una satira feroce sul capitalismo contemporaneo, un film che parla della Corea ma anche dell’Occidente, del mondo. Park torna alla sua vena più tagliente, quella che unisce humour, violenza, critica sociale e un’estetica impeccabile, ma lo fa con una maturità nuova, più consapevole, più politica, più universale.
Negli ultimi anni sono arrivati film che raccontano questa trasformazione profonda. Cobweb di Kim Jee‑woon riflette sulla follia del fare cinema e sulla sua natura artigianale, quasi febbrile. Alienoid: The Return to the Future porta invece avanti una fantascienza ibrida che mescola wuxia, commedia e azione, mostrando come la Corea sia ormai capace di competere sul terreno dei blockbuster globali senza perdere identità. Concrete Utopia affronta la sopravvivenza dopo un terremoto trasformando il disaster‑movie in un dramma sociale, mentre Next Sohee scava nel mondo del lavoro giovanile con una delicatezza che colpisce più di qualsiasi denuncia esplicita. Kill Boksoon rilegge l’action in chiave femminile, pop e ironica, confermando la capacità del cinema coreano di reinventare i generi dall’interno.
Questi film, pur diversissimi, condividono un tratto comune: parlano del presente. Della pressione sociale che schiaccia, della competizione che logora, dell’identità che si frantuma, della famiglia che cambia forma, del lavoro che diventa un campo di battaglia, della solitudine urbana che attraversa ogni generazione. È un cinema che osserva la Corea, ma parla al mondo, perché le sue contraddizioni sono ormai globali.
No Other Choice diventa il simbolo perfetto di questa nuova fase: un cinema che non ha paura di essere scomodo, ironico, crudele, profondamente umano. Un cinema che non cerca più di dimostrare qualcosa, ma di capire qualcosa. Che non vuole solo intrattenere, ma interpretare il mondo. Il futuro del cinema sudcoreano è già qui, nei film che continuano a cambiare le regole del gioco. E la sensazione è che siamo solo all’inizio.
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