Il Traditore, la vera storia del Maxiprocesso che cambiò l'Italia e ispirò il film di Marco Bellocchio
Dal racconto di Tommaso Buscetta al lavoro di Giovanni Falcone: il film di Marco Bellocchio ricostruisce uno dei momenti più decisivi della storia italiana, quando le confessioni del primo grande collaboratore di giustizia aprirono la strada al maxiprocesso contro Cosa nostra
Quando nel 2019 Marco Bellocchio porta nelle sale Il Traditore, non realizza soltanto un film biografico su Tommaso Buscetta. Il regista sceglie di raccontare una pagina decisiva della storia italiana, quella che segnò il passaggio dalla mafia considerata un insieme di clan indipendenti alla dimostrazione giudiziaria dell'esistenza di un'organizzazione unitaria e gerarchica: Cosa nostra.
La storia prende avvio nei primi anni Ottanta, quando gli equilibri interni di Cosa nostra stanno per essere travolti dalla sanguinosa guerra tra le storiche famiglie palermitane e i Corleonesi guidati da Totò Riina. Tommaso Buscetta comprende che il conflitto è ormai inevitabile e sceglie di lasciare la Sicilia rifugiandosi in Brasile. La decisione, però, non basta a proteggerlo. Nel frattempo la guerra di mafia provoca una lunga scia di sangue che colpisce anche la sua famiglia: diversi parenti vengono assassinati o fatti sparire, compresi due dei suoi figli.
Arrestato dalle autorità brasiliane, Buscetta tenta disperatamente di evitare l'estradizione verso l'Italia, arrivando persino a tentare il suicidio. Una volta trasferito nel nostro Paese incontra Giovanni Falcone, il magistrato che gli propone una scelta destinata a cambiare la storia. Durante lunghi interrogatori, Buscetta inizia infatti a raccontare dall'interno il funzionamento di Cosa nostra, spiegandone regole, struttura, gerarchie e affari criminali. Le sue rivelazioni consentono agli investigatori di ricostruire un'organizzazione fino ad allora conosciuta solo in parte.
Il film si basa sulla figura di Tommaso Buscetta che è una delle più controverse della storia criminale italiana. Prima di collaborare con la magistratura era stato uno dei protagonisti del traffico internazionale di droga, muovendosi tra Sicilia, Stati Uniti e Sud America. Per anni riuscì a sottrarsi agli arresti cambiando continuamente identità e Paese. La sua decisione di parlare non nacque da un improvviso pentimento morale. Buscetta spiegò più volte di sentirsi tradito dalla nuova mafia dei Corleonesi, che aveva infranto quelle regole interne che lui riteneva parte della tradizione di Cosa nostra. La seconda guerra di mafia, esplosa nei primi anni Ottanta, sterminò infatti gran parte degli uomini vicini alle vecchie famiglie palermitane. Anche la sua famiglia pagò un prezzo altissimo con l'uccisione di figli, fratelli e altri parenti.
Fu proprio questo scenario, unito alla consapevolezza di non avere più alcun futuro all'interno dell'organizzazione, a spingerlo verso la collaborazione con Giovanni Falcone. La parte più importante del film coincide con la ricostruzione del maxiprocesso di Palermo, un evento che rappresenta ancora oggi uno spartiacque nella lotta alla criminalità organizzata. Il procedimento fu possibile grazie al lavoro del pool antimafia coordinato da Antonino Caponnetto e composto, tra gli altri, da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Accanto al carcere dell'Ucciardone di Palermo venne realizzata un'aula bunker progettata per ospitare centinaia di imputati, decine di magistrati, avvocati, giornalisti e forze dell'ordine. L'edificio, completato in pochi mesi, era dotato di sofisticati sistemi di sicurezza e di numerose gabbie destinate agli imputati. Il dibattimento iniziò il 14 febbraio 1986 e si trasformò ben presto in uno dei processi più complessi mai celebrati in Europa. Le udienze furono centinaia e durarono quasi due anni, tra confronti, testimonianze, eccezioni procedurali e momenti di forte tensione. Tra gli episodi più ricordati vi fu il faccia a faccia tra Buscetta e Pippo Calò, ex amico del collaboratore di giustizia, una delle scene che Bellocchio ripropone con particolare efficacia nel film.
Dopo una lunghissima camera di consiglio arrivò la sentenza di primo grado. Furono pronunciate centinaia di condanne, tra cui numerosi ergastoli, con migliaia di anni complessivi di carcere inflitti agli appartenenti di Cosa nostra. Ma il dato più importante non riguardava soltanto le pene. Il tribunale riconobbe infatti come fondata la ricostruzione di Giovanni Falcone: Cosa nostra era un'organizzazione unitaria, dotata di una precisa struttura gerarchica e di una commissione capace di coordinare le principali decisioni criminali. Negli anni successivi il procedimento affrontò anche il giudizio d'appello e quello davanti alla Corte di Cassazione.
Un'autobomba imbottita di esplosivo esplose sotto l'abitazione della madre del giudice, uccidendo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Quell'attentato segnò uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica e rappresentò il tentativo di Cosa nostra di colpire lo Stato dopo i durissimi colpi inflitti dalle indagini del pool antimafia e dagli esiti del maxiprocesso.
Uno degli aspetti più riusciti de Il Traditore è la scelta narrativa di Marco Bellocchio: il regista non trasforma Buscetta in un eroe e nemmeno in una vittima. Lo racconta invece come un uomo profondamente contraddittorio, responsabile di gravissimi reati ma allo stesso tempo decisivo nello svelare i meccanismi interni dell'organizzazione mafiosa. Anche Giovanni Falcone viene rappresentato lontano da ogni celebrazione. Il magistrato appare come un investigatore paziente, rigoroso e consapevole dell'enorme responsabilità che grava sulle sue spalle. Il film preferisce affidarsi ai dialoghi, agli interrogatori e alla tensione psicologica piuttosto che all'azione spettacolare, trasformando il processo nel vero protagonista del racconto.