Il vicolo cieco di Maternal Instinct: un true crime spietato che fa più male che bene
Maternal Instinct su Netflix scava nell'abisso del rapimento fetale, ma forse supera il limite
Una giovane donna originaria di una famiglia agiata si innamora di un cacciatore di cinghiali in una piccola cittadina del Texas orientale. La relazione sembra perfetta e, nel giro di pochi mesi, lei annuncia di essere incinta, mostrando con orgoglio il pancione sui social. Ma quando una pattuglia della polizia la ferma sull'autostrada e scopre che ha appena partorito in macchina, la sua storia comincia a sfaldarsi pezzo per pezzo, fino a svelare un crimine tanto assurdo quanto reale.
È Maternal Instinct, il nuovo documentario true crime targato Netflix, diretto da Jessica Dimmock e disponibile in streaming dal 12 giugno. La storia è quella di una donna texana, Taylor Parker, che nel 2020 mise fine alla vita della ventunenne Reagan Simmons-Hancock per sottrarle dal grembo la figlia non ancora nata e fingerla sua. Un delitto nato da un castello di carte fatto di gravidanze simulate, falsi annunci sui social e una messinscena durata mesi, culminata in un verdetto di condanna a morte che lascia ben poco spazio alle sfumature legali.La regista analizza il fenomeno con una freddezza quasi clinica, supportata dai dati storici del National Center for Missing & Exploited Children. Scopriamo che dal 1974 a oggi, negli Stati Uniti, i casi censiti di "cesareo coatto" sono ventiquattro. Ventidue madri morte su ventiquattro aggressioni.
L’indagine psicologica solleva il velo su un profilo antropologico standardizzato che fa spavento. La rapitrice tipo ha un’età media di 33 anni e spende l'ultimo anno della sua vita a edificare una gravidanza fantasma per parenti e amici per poi commettere, infine, l'atto atroce.Il problema (grosso) dei true crime
Netflix presenta Maternal Instinct come l'ennesimo tuffo nell'abisso del true crime americano, e in parte lo è: la storia di Taylor Parker ha tutti gli ingredienti per tenere milioni di spettatori incollati allo schermo con il fiato corto. Ma sotto la patina di indagine giornalistica si nasconde un vizio strutturale che il genere fatica ormai a scrollarsi di dosso: l'innamoramento, quasi clinico, per il carnefice.
Dimmock costruisce il racconto con mestiere, alternando bodycam, testimonianze e ricostruzioni puntuali. Tecnicamente, il documentario funziona. Il montaggio è serrato, il ritmo non concede pause superflue, e la scelta di non offrire una diagnosi psicologica netta per Parker è, va detto, un atto di onestà intellettuale piuttosto raro nel genere.
Pur sembrando a tratti più una ricostruzione meticolosa che un'indagine approfondita sulla sua protagonista, il film evita saggiamente di offrire spiegazioni psicologiche nette. Significativa, in questo senso, anche una scelta produttiva poco comune: la regista ha deliberatamente escluso la voce della stessa Parker dal documentario, per concentrarsi sulle sue vittime. Una decisione che, sulla carta, va esattamente nella direzione opposta al vizio di genere appena descritto.
Il problema, però, resta. Lo nota con la lucidità di chi conosce il caso da vicino anche la stampa locale texana, secondo cui la maggior parte del film si concentra comunque su Parker e sulle sue "patologie multiple", come la definisce un'intervistata, relegando Hancock al ruolo di personaggio secondario. E quando il disequilibrio narrativo arriva al punto di lasciare che l'assassina racconti, durante l'interrogatorio, la propria versione del rapimento fetale, il documentario smette di essere un atto di memoria e diventa, suo malgrado, un palco.
E sta proprio qui il problema più grosso del true crime contemporaneo: più si sforza di "capire" il mostro (anche tenendolo fuori campo) più finisce per illuminarlo attraverso gli occhi di chi lo racconta. La vittima, nel frattempo, rischia di retrocedere a comparsa nella propria stessa tragedia.
Eppure Maternal Instinct non è un'operazione cinica quanto altre del filone. Non indugia gratuitamente sul sangue, non trasforma il dolore in spettacolo a buon mercato. Le interviste alla famiglia di Reagan Simmons-Hancock (in particolare quella del patrigno, che la descrive semplicemente come "la migliore madre che abbia mai conosciuto") restituiscono per qualche istante centralità a chi l'ha davvero persa, quella battaglia.
Ma resta la sensazione, una volta spenti i titoli di coda, che il documentario sappia perfettamente cosa funziona nell'algoritmo Netflix e lo applichi con industriale disciplina. È la fotografia di un genere che ha trovato la sua formula e fatica a discostarsene, anche quando la storia, da sola, meriterebbe uno sguardo ancora più radicale.