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Io Sono Ancora Qui, la verità dietro la struggente storia vera che ha ispirato il film da Oscar

La storia vera di Eunice Paiva che cercò il marito scomparso per 43 anni sotto la dittatura brasiliana. Il film Io Sono Ancora Qui di Walter Salles conquista gli Oscar 2025.

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Quando il film Io sono ancora qui ha conquistato l'Oscar 2025 come Miglior Film Internazionale, non è stata solo una vittoria cinematografica. È stato il riconoscimento globale di una storia che ha segnato il Brasile nel profondo, una ferita mai completamente rimarginata. Il regista Walter Salles ha portato sullo schermo la vicenda della famiglia Paiva, colpita nel cuore dalla dittatura militare brasiliana, una delle più lunghe e controverse dell'America Latina.

Ma dietro il film c'è una storia reale ancora più potente: quella di Eunice Paiva, moglie e madre che ha dedicato mezzo secolo della sua vita a cercare la verità sulla scomparsa del marito, diventando simbolo di resilienza e resistenza civile. Una donna che non si è mai arresa, nemmeno quando lo Stato le ha voltato le spalle.

Il 31 marzo 1964 i carri armati invasero le strade brasiliane. Il presidente di sinistra João Goulart fu deposto con un colpo di stato militare che ebbe la benedizione degli Stati Uniti, preoccupati dalle sue aperture verso politiche indipendenti in piena Guerra Fredda. Quello che doveva essere un intervento temporaneo per "ripristinare l'ordine" si trasformò in 21 anni di regime autoritario, il più longevo dell'America Latina.

La dittatura brasiliana attraversò diverse fasi, ma il periodo più buio coincise con la presidenza del generalissimo Emílio Garrastazu Médici, salito al potere nel 1969. Sotto il suo comando iniziarono gli "Anni di piombo", caratterizzati da censura totale, repressione violenta e la sistematica eliminazione degli oppositori politici. I censori si appostarono nelle redazioni dei giornali, decine di giornalisti furono imprigionati o uccisi, e chiunque osasse criticare il regime rischiava di scomparire nel nulla.

Il regime si sostenne anche grazie al cosiddetto "miracolo brasiliano", cinque anni consecutivi di crescita economica senza precedenti che diedero all'esercito una patina di legittimità. Ma dietro i numeri trionfali si nascondeva un sistema brutale: la Commissione nazionale per la verità ha documentato 434 vittime tra assassinati e desaparecidos, e quasi 2.000 persone torturate. Numeri che, per quanto inferiori ad altre dittature sudamericane come quella cilena o argentina, rappresentano comunque un'orribile pagina della storia brasiliana.

Una mattina di gennaio del 1971, agenti della sicurezza in borghese bussarono alla porta della casa sulla spiaggia di Rubens Beyrodt de Paiva, ex deputato liberale e ingegnere. L'uomo, che si era opposto apertamente al colpo di stato del 1964, fu fatto salire in macchina sotto scorta armata. Da quel momento, scomparve nel nulla. Nessuna accusa formale, nessun processo, nessuna notizia. Semplicemente, Rubens Paiva cessò di esistere per lo Stato brasiliano.

Dietro di lui lasciava Eunice e cinque figli da crescere, in un Paese dove chiedere spiegazioni sulla scomparsa di un congiunto poteva significare diventare il prossimo bersaglio del regime. Ma Eunice Paiva non si piegò. Dove molti avrebbero scelto il silenzio per proteggere i figli, lei scelse la lotta.

Per decenni, Eunice Paiva ha fatto pressione su un'ottusa giunta militare, richiedendo informazioni, bussando a porte che rimanevano chiuse, affrontando la burocrazia kafkiana di uno Stato che negava l'evidenza. Solo nel 1994, ben 23 anni dopo la scomparsa, riuscì a ottenere il certificato di morte di Rubens. Ma senza mai conoscere dove fosse sepolto il corpo, senza mai avere giustizia piena.

Nel 2015, Marcelo Rubens Paiva, uno dei cinque figli di Eunice e Rubens, pubblicò Sono ancora qui, un memoir autobiografico che intreccia la storia familiare con quella del Brasile sotto la dittatura. Il libro nasce da un momento particolarmente intimo e doloroso: l'autore si sta prendendo cura della madre Eunice, ormai affetta da Alzheimer.

La storia di Eunice Paiva ci ricorda che la lotta per la giustizia non ha scadenza, che la memoria è un atto di resistenza, e che anche di fronte all'orrore e all'ingiustizia più brutale, l'essere umano può trovare la forza di rimanere in piedi. Cinquant'anni dopo quella mattina di gennaio, la sua voce continua a dire: io sono ancora qui.

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