Ischia Film Festival 2026: Silvio Soldini si racconta in una masterclass esclusiva
Il regista ha spiegato le basi del processo creativo e ha discusso sullo stato del cinema in una masterclass svolta nella Villa La Colombaia, dimora di Luchino Visconti durante il suo soggiorno a Ischia.
Nella suggestiva location della villa La Colombaia, l'Ischia Film Festival 2026 ha accolto Silvio Soldini per una masterclass esclusiva in cui raccontare progetti, idee, vita e lavoro. All'interno di quella che fu la dimora di Luchino Visconti, luogo in cui si trova ancora la sua tomba, il regista ha potuto raccontarci molto del cinema italiano (e non solo), ragionando sullo stato dell'industria e sulle prospettive della settima arte.
Il processo creativo di un film storico in lingua tedesca: le scelte artistiche all'insegna dell'autenticità
All'inizio della conversazione il regista ha raccontato il lungo e intenso percorso creativo dietro la realizzazione di un film ambientato in Germania durante il periodo nazista (1943-1944), ispirato a una storia vera tratta da un libro. Inizialmente il progetto lo spaventava, sia per la distanza temporale e geografica rispetto ai suoi precedenti film, sia per il rischio di percepire come distaccate e poco verosimili le storie ambientate in epoche storiche. Il rischio dei film storici è che sembrino fin troppo falsi, con attori troppo curati, fotografia troppo patinata e sorrisi forzati, anche in contesti drammatici come il Seicento. Per evitare questo effetto, la scelta da perseguire è quella della verità stilistica ed emotiva.
La scelta creativa che ha rappresentato una svolta è stata quella di utilizzare attori tedeschi e girare in lingua tedesca, nonostante inizialmente fosse stata considerata l’opzione inglese per ragioni di mercato. Il tedesco, anche se associato spesso a un immaginario violento dal neorealismo in poi, ha anche una dimensione romantica e intima, adatta a certe dinamiche emotive, specialmente negli scambi epistolari tra i personaggi. La sceneggiatura originale è stata scritta in italiano e successivamente tradotta in tedesco da una traduttrice specializzata, ma poi rivista battuta per battuta con le attrici per garantire che il linguaggio fosse non solo grammaticalmente corretto, ma anche coerente con l’epoca e il contesto geografico (nord della Germania), dove il tedesco parlato aveva una cadenza particolare, diversa dal tedesco standard.Dar vita a contesto e personaggi
Soldini insiste molto sul lavoro con le attrici, che sono arrivate sul set due settimane prima dell’inizio delle riprese. Non c’era un coach specifico per la recitazione, ma tutto si basava su un'intenso sforzo cooperativo tra regista e interpreti. Ogni giorno venivano approfondite le motivazioni dei personaggi e i pensieri dietro ogni battuta, per rendere le interpretazioni il più verosimile possibile. Un elemento fondamentale è stato il trucco, che ha reso le attrici meno appariscenti e più adatte all’epoca. Curiosamente, le attrici tedesche si sono dimostrate molto più disponibili a rinunciare all’immagine rispetto a quelle italiane, che tendono a essere più attente al proprio aspetto anche nei ruoli drammatici. Un aneddoto significativo riguarda un’attrice che è arrivata con una foglia sul collo, fiera del realismo del segno, mostrandolo con entusiasmo.
"Io ho capito cosa vuol dire la bellezza di fare un film in costume: inventi il mondo che non conosci, che non hai vissuto neanche, forse."
Il film è stato concepito per sembrare quasi ambientato nel presente, pur essendo storico, per ridurre la distanza emotiva con lo spettatore. I provini fotografici con luci volutamente spente hanno permesso di costruire un look coerente con l’atmosfera desiderata. A differenza dei "mondi artificiali" della modernità, il cinema in costume richiede un ulteriore salto creativo, perché si inventa un mondo completamente sconosciuto.
Cronache dello sviluppo
La sceneggiatura si basa su un libro che racconta una storia vera, ma molte scene sono state eliminate per motivi di durata. Se avessero voluto raccontare interamente la storia, sarebbe stata necessaria una serie tv. Le riprese sono durate poco più di sette settimane, un tempo molto breve per un film di questo tipo. A differenza di altri registi che lavorano con la pressione, Soldini cerca di mantenere un’operosità calma e complice.
"A me piace costruire, diciamo, una famiglia di lavoro in cui si lavora bene insieme, non ci sono tensioni."
Per le scene a tavola, particolarmente complesse perché coinvolgono più persone sedute, il regista ha usato due macchine da presa e ha girato le scene come piccoli sketch teatrali, senza ricorrere a montaggi ripetitivi. L’obiettivo era mantenere il gruppo sempre in campo, con un punto di vista che alternasse tra la protagonista Rosa e il gruppo nel suo insieme. Le attrici erano molto preparate e concentrate, provenienti da scuole di cinema e teatro, con un’esperienza cinematografica piuttosto che teatrale.
La colonna sonora è stata composta da Mauro Pagani, che ha iniziato a lavorare sui temi musicali prima delle riprese, inviando al regista tre o quattro bozze. Solo dopo un mese di montaggio, con un primo montaggio parziale, è stato scelto il tema principale, quello che si sente sul nero alla fine dei titoli di testa. Soldini ha insistito affinché tutta la musica fosse derivata da quel tema originale, respingendo proposte alternative che non si integravano bene. La musica, per lui, non deve mai guidare le emozioni in modo esplicito, ma aggiungere pathos in modo sottile, senza sovrastare le immagini.
Un linguaggio profondamente italiano
Soldini ha citato spesso maestri come Antonioni, Fellini, Ozu e Godard, tutti registi che hanno sviluppato un linguaggio unico e riconoscibile. Anche lui cerca di creare un cinema personale, con una leggerezza elegante anche nei contesti drammatici. Oggi la tendenza del cinema italiano è di rimanere troppo ancorato a Roma, al dialetto romano, a discapito di luoghi più variegati e di un uso più universale del linguaggio.
Ricorda con un certo distacco il successo di un suo film precedente ("Fabio in classe"), che è esploso inaspettatamente. Nonostante la soddisfazione, è contento che non sia stato il suo primo film, perché l’impatto mediatico sarebbe stato troppo stressante da gestire a un’età più giovane. L’esperienza di essere chiamato ovunque, intervistato, presentato in sala per mesi è stata estenuante. Meglio continuare a fare film diversi tra loro, ogni volta una nuova sfida, come un viaggio diverso anche se si torna nello stesso paese.
Uno sguardo ai progetti futuri e allo stato della nostra industria
E il prossimo film? Uscirà in inverno e sarà ambientato in un paesino abbandonato nel centro Italia, che sarà un personaggio a sé. Il luogo è fondamentale, e si stanno facendo sopralluoghi per trovarne uno particolare, non qualunque. Soldini racconta anche del suo impegno con il documentario, in particolare "L'altro Emiliano", realizzato con ragazzi disabili e psichici in India, e "Il colore nascosto delle cose", in cui ha lavorato con una consulenza di persone non vedenti per rappresentare in modo autentico i personaggi ciechi, spesso stereotipati nel cinema.
Un ultimo slancio sulle condizioni del nostro cinema, ancora troppo ancorato alle istituzioni, e sul sistema di candidature dei David di Donatello, prima di guardare oltre. La speranza, per Soldini, è che il cinema italiano possa trovare una strada più autentica e meno polemica - magari proprio grazie ai Festival come quello di Ischia.