J. Edgar Hoover dalla letteratura al cinema
Tra DeLillo e Ellroy, passando per Woody Allen e le tante biografie, conosciamo meglio il protagonista del nuovo film di Clint Eastwood...
Quarantotto anni a capo dell’FBI sono abbastanza per vedere il proprio nome comparire su quasi ogni libro o romanzo americano ambientato nel ventesimo secolo: J. Edgar Hoover è una delle figure più citate, ambigue e misteriose della storia americana.
Don DeLillo nel suo Underworld (1997) e lo James Ellroy della Trilogia Americana di American Tabloid (1995), Sei pezzi da mille (2001) e Il sangue è randagio (2009) sono senza dubbio i più conosciuti (e probabilmente gli unici, ma dirlo con certezza è sempre un azzardo vista la quantità di libri che vengono pubblicati ogni giorno), ad essersi presi l’onere di entrare nella testa di un Hoover e farlo muovere secondo le proprie “esigenze di copione”.
In Underworld DeLillo (che con il suo Libra, sull’omicidio di John Kennedy, aveva ispirato proprio la trilogia di Ellroy) ci presenta un Hoover intimo, al tavolo con il suo caro protegé Clyde Tolson. I due sono invitati a una cena di gala, e come mostra Eastwood in un’emblematica sequenza del suo J. Edgar, anche davanti l’interesse manifesto delle donne, il capo dell’FBI non riesce a dire e fare la cosa giusta nonostante sia ciò che vorrebbe più di ogni altra cosa al mondo. La sua omosessualità è repressa prima di tutti da lui stesso, e il conflitto tra la ragione e la natura sfocia in imbarazzo e aggressività. Se con Eastwood Hoover è sì un manipolatore, ma a suo modo fragile e lunatico, nel racconto che De Lillo gli riserva nel suo corale Underworld ad essere messa in evidenza è anche la sua sprezzante arroganza verso tutto e tutti.
Della presunta omosessualità di Hoover si parlò del resto quando lui era ancora in vita: Woody Allen lo fece interpretare da una donna, Dorothi Fox, in Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971), mentre le voci di una sua relazione più che stretta con Tolson (che non a caso ne ereditò quasi tutti i beni) erano già sulla bocca di tutti, nemici e non. Nel 1977, a cinque anni dalla morte, il film The Private Files of J. Edgar Hoover (pellicola nata sulla falsariga del cinema post-Watergate che rimise in discussione l’intero modus operandi della politica interna americana) si interrogava in maniera esplicita sui suoi orientamenti sessuali e così fece Anthony Summers nel 1993 nel libro The Secret Life of J. Edgar Hoover, ad oggi forse la biografia più completa e conosciuta su di lui. Tra i tanti, solo Summers cerca, seppur solo in alcuni frangenti, di mettere in luce come le stesse alte sfere del potere statunitense proteggessero il segreto di Hoover per non rischiare di essere ripagati con la stessa moneta (l’immenso archivio di gossip nelle sue mani era una garanzia sulla vita), facendo di Hoover e delle sue ambiguità l’emblema di un intero periodo storico americano. Il fatto che nonostante le comprovate negligenze e abusi di Hoover a lui sia ancora intitolata la storica sede dell’FBI a Washington dimostrano che il vaso di Pandora ancora non è stato scoperchiato del tutto.