Judi Dench, 91 anni e la malattia: "Non posso leggere né recitare, a volte abbraccio persone sbagliate"
Judi Dench a 91 anni rivela di non poter più recitare a causa della degenerazione maculare. L'attrice Premio Oscar parla delle difficoltà quotidiane e della carriera.
C'è uno zerbino all'ingresso della casa di Judi Dench che recita: "I've been expecting you, Mr Bond". Un omaggio autoironico ai vent'anni passati a interpretare M, il capo dell'MI6 nella saga dell'agente segreto più famoso del cinema. Ma oggi, a 91 anni, quell'ironia si tinge di malinconia. L'attrice britannica, Premio Oscar e leggenda vivente del teatro e del cinema, ha rivelato alla BBC Radio 4 che non può più recitare, non può più leggere, e spesso non riesce nemmeno a riconoscere i volti delle persone che incontra. La causa è una degenerazione maculare legata all'età, diagnosticata nel 2012. Una patologia che compromette progressivamente la vista centrale, quella che permette di leggere, guidare, riconoscere i dettagli. Nel corso di un'intervista al programma Today, Dench ha parlato apertamente delle conseguenze devastanti che questa malattia ha avuto sulla sua vita, professionale e personale. "Non posso stare sul palco. Non posso più fare uno spettacolo teatrale. Non posso più fare un film. Non posso più leggere", ha dichiarato con quella franchezza britannica che non lascia spazio ai giri di parole.
La difficoltà di tornare sul palcoscenico ha un significato particolare per un'attrice la cui passione per la recitazione è nata proprio a teatro. Dench ha raccontato alla BBC un episodio della sua infanzia: aveva nove anni quando vide il fratello interpretare re Duncan nel Macbeth di William Shakespeare. "Ho pensato: 'Oh mio Dio, questo è quello che fa per me'", ha ricordato. Da quel momento, Shakespeare è diventato una presenza costante nella sua vita. È "perdutamente innamorata" dei suoi sonetti, capaci di dare forma semplice a sentimenti universali. "Gli endecasillabi sono il ritmo del tuo cuore", ha detto nell'intervista, recitando a memoria vari estratti shakespeariani. La memoria, almeno quella, è rimasta intatta. La lunga carriera di Judi Dench ha attraversato teatro, televisione e cinema con una versatilità rara. Nel 1999 ha vinto l'Oscar come migliore attrice non protagonista per il ruolo della regina Elisabetta I in Shakespeare in Love, nonostante la sua presenza sullo schermo fosse di appena otto minuti. Un trionfo che testimonia la sua capacità di dominare la scena con poche battute, uno sguardo, una postura.
Ma è con il personaggio di M, nella saga di James Bond, che Judi Dench è entrata nell'immaginario collettivo globale. Nel 1995, con GoldenEye, è diventata la prima donna a interpretare il capo dei servizi segreti britannici, ribaltando un ruolo tradizionalmente maschile. Ha portato autorevolezza, intelligenza e una sottile ironia al personaggio, accompagnando Bond attraverso otto film fino a Skyfall nel 2012, dove il suo personaggio trova una conclusione drammatica e memorabile. Nell'autobiografia Is It Too Late to Make a Run for It?, scritta insieme al regista teatrale Brendan O'Hea, Dench ha raccolto aneddoti e ricordi di una vita straordinaria. Come l'incontro con Sir David Spedding, ex capo dell'MI6, che l'aveva invitata a pranzo. L'attrice aveva chiesto dove l'autista dovesse accompagnarla, ma le era stato risposto che sarebbero stati loro a mandare un'auto a prenderla. Il viaggio non era andato come previsto: l'autista dei servizi segreti aveva avuto difficoltà a trovare casa sua e Dench era arrivata con venti minuti di ritardo.
In giugno, Judi Dench era diventata la prima attrice a vedersi intitolare un teatro nel West End di Londra: lo Shaftesbury Theatre, che dall'anno prossimo si chiamerà Judi Dench Theatre. Un riconoscimento che celebra una carriera leggendaria, ma che arriva in un momento in cui l'attrice non può più calcare quelle scene che tanto ha amato. Quando le hanno chiesto se avesse un'opinione su chi dovrebbe interpretare il prossimo James Bond, Dench ha risposto senza esitazione: "No". Forse perché quel mondo, quello dell'azione e della finzione, le sembra ormai lontano. O forse perché, dopo aver dato così tanto al cinema e al teatro, ha il diritto di guardare altrove, di ascoltare la radio, di recitare a memoria i sonetti di Shakespeare nel silenzio della propria casa. La degenerazione maculare non le ha tolto la voce, né la memoria, né la dignità. Ma le ha rubato la possibilità di continuare a fare ciò che ha definito la sua vita per oltre settant'anni. E questa, forse, è la perdita più dolorosa.