L' allenatore nel pallone, 10 curiosità sul cult della risata che ha reso Lino Banfi immortale

Il film del 1984 diretto da Sergio Martino non era destinato a diventare un classico. Eppure, quarant'anni dopo, Oronzo Canà è ancora lì, immortale, buffo e stranamente commovente.

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Un film nato quasi per caso, diventato un caso

Nell'estate del 1984, mentre l'Italia si preparava a seguire la nazionale agli Europei in Francia, nelle sale arrivò una commedia calcistica che sembrava destinata a fare pochi incassi e sparire in fretta. L'allenatore nel pallone incassò invece oltre quattro miliardi di lire, piazzandosi tra i dieci film più visti della stagione — e nessuno se l'aspettava, a cominciare dai produttori. Sergio Martino, che aveva costruito la carriera su thriller e b-movie, aveva accettato il progetto quasi controvoglia: il calcio non era il suo mondo, e la commedia all'italiana stava già perdendo colpi sul mercato. Invece azzeccò tutto — i tempi comici, la caratterizzazione dei personaggi, il ritmo da avanspettacolo elevato a sistema. La squadra fittizia protagonista del film, la Longobarda con le sue maglie biancoblù, divenne oggetto di culto tra i tifosi: ancora oggi circolano riproduzioni artigianali nei mercatini, e le scene allo stadio — girate in parte al vecchio Flaminio di Roma — hanno quell'aria sgranata e vera che i set costruiti in digitale non riusciranno mai a replicare.

Oronzo Canà: un personaggio che viene da lontano

Il nome — Oronzo Canà, allenatore dilettante di Mola di Bari catapultato in Serie A — è una costruzione filologicamente pugliese che suona insieme familiare e assurda. Banfi ha raccontato di essersi ispirato a figure reali incontrate nella sua infanzia ad Andria: allenatori di quartiere, presidenti di squadrette di periferia, uomini convinti di sapere tutto del calcio pur non avendo mai visto una partita da stadio. Il personaggio è una sintesi, non un'invenzione, e si sente. Canà ha una psicologia, una coerenza interna, persino una malinconia di fondo che emerge nei momenti meno attesi — ed è questa profondità involontaria a distinguerlo dal semplice macchiettismo. La parola che più lo identifica, "Mbè!", non era peraltro nel copione originale: l'esclamazione pugliese che Banfi usa come intercalare, rimbrotto e risposta universale fu improvvisata durante le riprese e piacque talmente al regista da diventare il marchio del personaggio. Lo stesso vale per "fichissimo", pronunciato fuori contesto con una soddisfazione così genuina da risultare esilarante ogni singola volta.

Dettagli nascosti e un sequel tardivo

Chi conosce il film a memoria difficilmente nota che nel consiglio di amministrazione della Longobarda compare Giorgio Ariani, storico doppiatore e attore di teatro: poche battute, presenza quasi spettrale, ma capace di rompere il ritmo comico con un tono vagamente surreale che sa di teatro dell'assurdo più che di commedia popolare. Un dettaglio da cinefilo sepolto in un film che il pubblico ha sempre trattato come puro intrattenimento. Ventiquattro anni dopo l'uscita, nel 2008, arrivò L'allenatore nel pallone 2, con Banfi che riprendeva i panni di Oronzo in una storia ambientata questa volta in una squadra femminile. Il film fu accolto tiepidamente — non replicò il successo del primo, non poteva — ma confermò quanto il personaggio fosse rimasto vivo nell'immaginario collettivo. Ventiquattro anni di distanza tra un capitolo e l'altro sono un record difficile da battere nella commedia italiana.

Perché resiste, quarant'anni dopo

Il film è stato trasmesso in televisione centinaia di volte e non mostra segni di cedimento. La frase "Oronzo Canà, allenatore di calcio" con cui il protagonista si presenta è entrata nel linguaggio comune: allenatori professionisti, opinionisti tv, giornalisti sportivi la citano ancora oggi, spesso senza nemmeno rendersi conto di stare citando un film. È la misura più concreta del successo culturale di un'opera — quando entra nel parlato senza che nessuno lo scelga deliberatamente. Il meccanismo comico non invecchia perché il contrasto tra la competenza zero di Canà e la sua incrollabile sicurezza è un archetipo universale, non una trovata legata agli anni Ottanta. Chiunque abbia avuto a che fare con un capo incompetente ma convintissimo di sé lo riconosce immediatamente — e ride, perché ridere è sempre più facile che fare i conti con la realtà.

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