La Gen Z contro il cinema: un nuovo studio rivela cosa vogliono vedere i ragazzi nei film e nelle serie tv
La Gen Z rifiuta l'ipermascolinità: uno studio UCLA rivela che i giovani vogliono vedere uomini vulnerabili, padri affettuosi e personaggi che chiedono aiuto.
Per oltre un secolo, Hollywood ha raccontato storie di uomini stoici, solitari, impenetrabili. Eroi che non piangono, non chiedono aiuto, non mostrano debolezza. Dal cowboy che cavalca verso il tramonto all'agente segreto che salva il mondo senza una lacrima, il cinema ha costruito un'idea di mascolinità basata sulla forza fisica, l'isolamento emotivo e l'autosufficienza assoluta. Ma questa narrazione sta per essere completamente riscritta.
Un nuovo studio condotto dal Center for Scholars & Storytellers dell'UCLA ha svelato che la Gen Z e la Gen Alpha stanno rifiutando in massa l'ipermascolinità nei film e nelle serie tv. Non vogliono più vedere uomini blindati emotivamente. Vogliono vulnerabilità, connessione, cura. Vogliono padri che abbracciano i figli e si godono la paternità. Vogliono uomini che chiedono aiuto quando ne hanno bisogno, anche per la loro salute mentale.
La ricerca, pubblicata nel rapporto "Gen Alpha and Gen Z: Evolving Masculinity", ha coinvolto 1.500 giovani americani tra i 10 e i 24 anni. I risultati parlano del quasi 60% degli intervistati desidera vedere più padri che esprimono apertamente amore e trovano gioia nel crescere i propri figli. È la rappresentazione più richiesta in assoluto, superando qualsiasi altra forma di mascolinità tradizionale. Il rapporto tra chi vuole vedere padri affettuosi e chi preferisce il contrario è di 5 a 1. Per ogni giovane disinteressato a queste rappresentazioni, ce ne sono cinque che le chiedono attivamente. È una maggioranza schiacciante che Hollywood non può più ignorare. Yalda Uhls, professoressa aggiunta di psicologia all'UCLA e fondatrice del CSS, ha commentato i risultati con parole che suonano come un manifesto generazionale:
Accanto alla paternità, c'è un altro dato che colpisce: il 46% degli intervistati chiede storie che mostrino uomini capaci di chiedere aiuto, compreso il supporto per la salute mentale. In un'epoca in cui la depressione e l'ansia tra i giovani maschi sono in aumento, questa richiesta assume un valore quasi terapeutico. Vedere un personaggio sullo schermo che ammette di stare male e cerca sostegno può normalizzare comportamenti che salvano vite."I nostri risultati rivelano un profondo cambiamento culturale. I giovani desiderano una versione di mascolinità definita dalla disponibilità emotiva e dalla connessione gioiosa. Evidenziando queste narrazioni di partnership e cura, gli storyteller possono offrire una visione di mascolinità radicata nella speranza e nell'amore. Per il pubblico giovane di oggi, l'eroe più convincente non è quello che sta da solo, ma quello che ha il coraggio di essere presente". - Yalda Uhls
Dal punto di vista dello sviluppo cognitivo ed emotivo, i dati mostrano una curva significativa. I più giovani (10-14 anni) esprimono la domanda più forte per padri affettuosi, con un rapporto di 11 a 1. Questi ragazzi sono ancora profondamente radicati nei loro sistemi familiari, e i genitori rappresentano il principale punto di riferimento emotivo. Man mano che crescono verso la prima età adulta (19-24 anni), la richiesta si attenua leggermente, ma non scompare.
Ricerche recenti del National Research Group hanno scoperto che i ragazzi citano i supereroi come modelli primari molto più spesso di figure realistiche e comunitarie. Questo "complesso dell'eroe" li porta a credere che il loro valore sia legato a un potere straordinario e irraggiungibile, piuttosto che alla connessione umana quotidiana. Il divario tra il guerriero solitario che vedono sullo schermo e l'uomo emotivamente disponibile di cui hanno bisogno nella vita reale crea una disconnessione profonda.
Hollywood ha l'opportunità – e forse la responsabilità – di rispondere a questa crisi non con prediche, ma con storie. Storie che mostrino uomini completi, capaci di forza e vulnerabilità, di coraggio e tenerezza. Personaggi come quelli che iniziano a emergere in serie come "The Pitt" o "Heartstopper", dove la mascolinità non è un'armatura, ma un modo di stare al mondo che include l'emozione.
Certo, la sfida per i creativi è trovare l'equilibrio. La richiesta della Gen Z non significa eliminare la complessità o appiattire i personaggi maschili su un unico modello. La forza, la solitudine, persino aspetti dell'ipermascolinità hanno il loro posto nelle storie, perché riflettono aspetti autentici dell'esperienza umana. Un personaggio come Tony Soprano funziona proprio perché è complicato, contraddittorio, capace di violenza e tenerezza. Il punto non è cancellare una narrazione per sostituirla con un'altra, ma ampliare lo spettro di ciò che la mascolinità può essere sullo schermo. La vera rivoluzione sta nel coraggio di mostrare che la presenza emotiva non è il contrario della forza, ma la sua espressione più matura. Che un uomo che chiede aiuto non è debole, ma intelligente. Che un padre che gioca con i figli non sta perdendo tempo, ma costruendo il futuro.