La scena più triste di sempre al cinema? A girarla è stato un regista italiano (lo conferma la scienza)

Un finale che non cerca il colpo facile, ma scava a fondo: quando il melodramma diventa il simbolo di una delle emozioni più intense che offre il cinema

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Il cinema riserva sempre delle grandi sorprese, ma soprattutto emozioni, che spesso toccano nel profondo dell’animo umano. Un film, se fatto bene, dà una scossa allo spettatore, che sia una risata, una riflessione, un pianto. Non è una novità: i film fanno anche piangere e può sembrare strano ma in questo modo davvero lascia il segno.

Alcuni marchiano questi film come film da lacrime facili, per altri sono dispensatori di verità. In mezzo c’è chi vuole organizzarli, decidendo di catalogarli per intensità, quelli più divertenti, più spaventosi, ma soprattutto più tristi di sempre. E quello che hanno fatto i ricercatori Robert Levenson e James Gross, dell’Università di Berkeley, ossia per la precisione, classificare le emozioni suscitate dalle scene cinematografiche in categorie precise e misurarne l’intensità.

Dopo un lungo lavoro di selezione, un campione di 76 clip è stato mostrato a centinaia di studenti, monitorando le loro risposte. Il risultato ha sorpreso molti: la scena finale de Il campione ha registrato il livello più alto di tristezza, superando sequenze celebri e universalmente considerate strazianti. Come per esempio il classico Bambi.

Un melodramma sportivo che parla di paternità

Quando si parla di scene che suscitano reale tristezza, la mente corre a immagini diventate parte della storia. Ma c’è un film del 1979 che, contro ogni aspettativa, supera persino i titoli più scontati nel far crollare le difese emotive. E dietro la macchina da presa c’è persino un nome italiano, celebre in tutto il mondo.

Il Campione-Copyright di Metro-Goldwyn-Mayer e di altri studi di produzione e distributori pertinenti-Badtaste

Il campione conosciuto internazionalmente come The Champ, è diretto da Franco Zeffirelli e rappresenta il remake dell’omonimo film del 1931 firmato da King Vidor. Alla sceneggiatura c’è Walter Newman, che aggiorna la storia senza tradirne l’anima: quella di un uomo sconfitto che tenta l’ultimo riscatto per amore del figlio.

Il protagonista, Billy Flynn interpretato da Jon Voight, padre di Angelina Jolie, è un ex pugile costretto al ritiro dopo una grave lesione. Vive ai margini, tra lavori precari e scommesse sbagliate, ma al centro del suo mondo c’è T.J., il figlio che lo idolatra e lo chiama “Champ”. La madre, Annie, ha scelto un’altra vita e un’altra stabilità, lasciando Billy solo con la responsabilità — e la devozione — della paternità. Zeffirelli costruisce il film come un lento accumulo di emozini: niente colpi di scena, ma una tensione che cresce scena dopo scena. Il ring, le scuderie, la prigione, il ritorno dell’ex moglie: tutto converge verso una decisione inevitabile e autodistruttiva. Tornare a combattere, anche se il corpo non regge più.

Il match decisivo è girato come una battaglia di resistenza più che di tecnica. Billy vince, diventa di nuovo campione. Ma la vittoria dura un istante. Subito dopo, nello spogliatoio, il suo corpo cede. Non c’è retorica, non c’è musica trionfale. C’è solo il silenzio e lo sguardo di un bambino che non accetta la realtà.

In quella stanza si consuma una delle scene più devastanti della storia del cinema: T.J. che scuote il padre, lo implora di svegliarsi, rifiuta l’evidenza. È un dolore nudo, infantile, privo di filtri. Jon Voight è bravissimo, vince anche l’Oscar per questo, ma è il giovane Rick Schroder a reggere il peso emotivo dell’inquadratura, in una performance che gli valse il Golden Globe come miglior attore debuttante.

A distanza di decenni, Il campione riesce ancora a smuovere gli animi. Zeffirelli evita il sentimentalismo facile e affida tutto alla relazione, alla perdita, all’impossibilità di spiegare la morte a un bambino.

In copertina: Il Campione-Copyright di Metro-Goldwyn-Mayer e di altri studi di produzione e distributori pertinenti-Badtaste

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