La vita da grandi, perché Ci vuole orecchio è la chiave del finale? Il significato della canzone di Jannacci
Come finisce La vita da grandi? Scopriamo il significato del finale e perché Ci vuole orecchio di Enzo Jannacci è così importante nel film.
La vita da grandi parte da una domanda apparentemente semplice: cosa significa davvero diventare adulti? Nel film del 2025 che segna l'esordio alla regia di Greta Scarano, la risposta passa attraverso il rapporto tra Irene e Omar, interpretati da Matilda De Angelis e Yuri Tuci, due fratelli che si ritrovano a convivere dopo anni trascorsi seguendo strade molto diverse. Ed è proprio nel finale, sulle note di Ci vuole orecchio di Enzo Jannacci, che il senso della loro storia diventa più chiaro.
Quando i genitori devono allontanarsi, Irene torna quindi a casa per occuparsi del fratello. Quello che inizialmente sembra un incarico temporaneo diventa presto qualcosa di molto diverso. Irene prova a preparare Omar alla cosiddetta “vita da grandi”, mettendo insieme una sorta di corso accelerato fatto di lavoro, relazioni, responsabilità e indipendenza. Il punto è che, andando avanti, diventa sempre meno chiaro chi dei due abbia davvero bisogno di imparare a crescere. Omar vuole costruirsi una vita propria, innamorarsi, avere dei figli e soprattutto inseguire il sogno di fare musica.
Irene, invece, apparentemente possiede già tutto ciò che dovrebbe definire una persona adulta, ma ha lasciato indietro una parte importante di sé. Da ragazza sognava infatti una carriera artistica, prima di scegliere una strada completamente diversa. È proprio questo ribaltamento a preparare il finale di La vita da grandi. Da questo momento ci saranno naturalmente spoiler sul finale del film. Dopo le difficoltà attraversate insieme, Irene decide di smettere di proteggere Omar impedendogli di correre dei rischi.
La scelta di questa canzone appare particolarmente significativa anche per il suo stesso spirito. Ci vuole orecchio gioca continuamente tra leggerezza, ironia e qualcosa di molto più profondo, esattamente come fa il film di Greta Scarano. Non sorprende quindi che diverse letture critiche abbiano individuato proprio in questa esibizione il vertice emotivo della storia. Ma soprattutto, “avere orecchio” diventa quasi una metafora del rapporto tra Irene e Omar. Per gran parte della loro vita entrambi sono stati ascoltati solo a metà. Omar è stato spesso guardato prima attraverso il suo autismo e soltanto dopo come persona, mentre Irene è cresciuta sentendosi in qualche modo messa in secondo piano dalle necessità del fratello.
Tornare a cantare insieme significa allora riuscire finalmente a sentirsi davvero, senza che uno debba necessariamente salvare o cambiare l'altro. Ed è qui che cambia anche il significato del titolo. All'inizio Irene interpreta la “vita da grandi” come un insieme di abilità che Omar deve imparare per riuscire a cavarsela senza i genitori: lavorare, gestire il denaro, avere relazioni e affrontare il mondo da solo. Alla fine scopre invece che diventare grandi non significa diventare autosufficienti a qualsiasi costo, e soprattutto non significa corrispondere all'idea di normalità costruita dagli altri.
Il film evita così di trasformare l'autonomia di Omar in un miracolo conclusivo. Non c'è un istante nel quale improvvisamente tutti i suoi problemi scompaiono. La conquista più importante è molto più piccola e proprio per questo credibile: la famiglia comincia ad accettare che proteggerlo non possa significare decidere continuamente al suo posto. Anche l'ultimo scambio tra i due fratelli riassume questo concetto.
Omar si domanda se sia riuscito davvero nel percorso affrontato e Irene riconduce la risposta a qualcosa che riguarda entrambi: imparare a vivere da adulti non è una prova che prima o poi si supera definitivamente. È qualcosa che si continua a imparare mentre si vive. C'è infine un ultimo dettaglio che rende il finale ancora più significativo. La vita da grandi torna alle persone dalle quali tutto è partito, mostrando i veri Damiano e Margherita Tercon.
Imparano piuttosto ad ascoltarsi, ad accettare i rispettivi limiti e a lasciare all'altro lo spazio necessario per scegliere la propria strada. In fondo, La vita da grandi suggerisce proprio questo: crescere non significa finalmente sapere come si vive. Significa capire che nessuno lo sa davvero, e imparare comunque a trovare il proprio modo di farlo.