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L'assurda storia della Gialappa’s Band, ecco come è nata l’idea del film diretto da Walter Veltroni

Il documentario ripercorre la storia di una delle realtà più originali della comicità italiana, dalle prime provocazioni radiofoniche al fenomeno Mai dire Gol.

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La storia della Gialappa’s Band arriva sul grande schermo il 22 ottobre 2026, attraverso lo sguardo di Walter Veltroni, che sceglie di raccontare non soltanto i programmi diventati simbolo di un’epoca, ma soprattutto il percorso umano e creativo che ha portato tre voci quasi sconosciute a trasformarsi in uno dei fenomeni più originali della televisione italiana. Al centro del documentario ci sono dunque Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto e, soprattutto, quella particolare alchimia che ha permesso loro di cambiare per sempre il modo di commentare lo sport, la televisione e lo spettacolo.

Per capire di cosa parla il film, dal titolo L'assurda storia della Gialappa’s Band, bisogna tornare all'inizio degli anni Ottanta, quando la Gialappa’s Band muove i primi passi nell'ambiente delle radio milanesi. È qui che prende forma l'idea destinata a diventare la loro cifra stilistica: osservare ciò che accade attraverso un filtro ironico, demolendo la retorica e lasciando spazio all'assurdo.

Il punto di partenza è Bar Sport, programma nel quale il calcio viene raccontato in modo completamente diverso rispetto alle tradizionali radiocronache. Non interessa soltanto descrivere ciò che accade sul campo, ma intercettare tutto quello che normalmente rimane ai margini: gli errori, le frasi improbabili, le situazioni paradossali, le reazioni degli ascoltatori. Quella che sembra inizialmente una semplice provocazione radiofonica contiene già l'embrione della futura Gialappa’s Band. Il gruppo capisce infatti che qualsiasi evento può diventare materiale comico se osservato da una prospettiva sufficientemente libera.

È proprio questo il cuore dell'operazione di Veltroni. Il documentario non nasce con l'intenzione di costruire una semplice celebrazione nostalgica dei programmi Mai dire, ma dalla volontà di ricostruire la genesi di un linguaggio. Il regista e autore riavvolge quindi il nastro fino agli anni in cui Gherarducci, Santin e Taranto iniziano a frequentare l'ambiente di Radio Popolare. Da lì parte un viaggio che attraversa radio, televisione e cinema, mostrando come un'intuizione apparentemente circoscritta al mondo dello sport sia riuscita progressivamente a diventare un modello di comicità.

L'idea alla base del film è dunque quella di raccontare la Gialappa’s come un fenomeno culturale prima ancora che televisivo. Il loro successo non dipende soltanto dalle battute o dalla capacità di trovare il lato ridicolo in una situazione. È il risultato di una precisa concezione dello spettacolo: mettere in discussione il modo tradizionale di raccontare la realtà e trasformare l'errore in una risorsa narrativa. Il passaggio dalla radio alla televisione rappresenta la vera svolta. Dopo le prime esperienze sul piccolo schermo, il gruppo trova la formula destinata a consacrarlo con Mai dire Gol, nato nel 1990.

La struttura è semplice soltanto in apparenza. Le immagini delle partite diventano il materiale sul quale costruire una seconda narrazione, completamente diversa da quella ufficiale. La Gialappa’s non deve necessariamente creare la comicità: spesso le basta individuare quella già contenuta nella realtà. Un'intervista surreale, una papera, una dichiarazione incomprensibile o un gesto fuori luogo possono diventare il centro della scena. Il commento fuori campo aggiunge allora un secondo livello, trasformando il semplice filmato in un piccolo spettacolo comico.

Da questa intuizione nasce un universo destinato ad allargarsi rapidamente oltre il calcio. Uno degli aspetti più interessanti approfonditi dal documentario riguarda proprio la scelta di non trasformarsi nei protagonisti dei propri programmi. Per anni la Gialappa’s Band rimane quasi completamente invisibile. Il pubblico conosce le loro voci, il loro ritmo, le battute e il modo di interagire con i protagonisti sullo schermo, ma non ha bisogno di vedere i loro volti per riconoscerli. È una scelta che, con il tempo, diventa una vera rivoluzione televisiva. In un mezzo dominato dall'immagine, tre persone riescono a costruire una presenza fortissima proprio attraverso la loro assenza fisica. Veltroni osserva così un'apparente contraddizione: più la Gialappa’s si nasconde, più diventa riconoscibile.

Il documentario racconta anche un altro elemento fondamentale dell'eredità della Gialappa’s: la capacità di intercettare e valorizzare alcuni dei più importanti talenti della comicità italiana. Nel corso degli anni, attorno ai programmi del gruppo sono passati interpreti e autori destinati a diventare protagonisti assoluti dello spettacolo. Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese, Paola Cortellesi, Claudio Bisio, Fabio De Luigi, Mago Forest, Luciana Littizzetto e molti altri hanno trovato in quell'ambiente uno spazio nel quale sperimentare personaggi, linguaggi e tempi comici. La Gialappa’s non è stata quindi soltanto una voce fuori campo. È diventata una sorta di laboratorio permanente, che negli anni è riuscita a mettere insieme generazioni differenti di comici.

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