Marvel, Spider-Man: J.J. Abrams e figlio scriveranno una miniserie disegnata da Sara Pichelli!
J.J. Abrams e il figlio Henry danno la loro visione del personaggio di Spider-Man in una miniserie
Alpinista, insegnante di Lettere, appassionato di quasi ogni forma di narrazione. Legge e mangia di tutto. Bravissimo a fare il risotto. Fa il pesto col mortaio, ora.
Curiosi e desiderosi di maggiori dettagli? Eccovi le dichiarazioni rilasciate da padre e figlio riguardo al progetto, una miniserie in cinque parti - anticipata da un countdown nei giorni scorsi - che debutterà a settembre negli Stati Uniti. La copertina è firmata nientemeno che da Olivier Coipel.
Henry - Sono nervosissimo. Farò del mio meglio. Nick Lowe, editor della miniserie, si fece vivo circa dieci anni fa. Solo più di recente abbiamo iniziato a sviluppare davvero l'idea: una visione nuova ed eccitante di Spider-Man.
J.J. - Nick mi è stato addosso un sacco per convincermi a scrivere una storia per lui. Circa un anno fa ho iniziato a parlarne con Henry, e da lì le cose sono proseguite pian piano. Ed è proprio questa la cosa bella: anche se io e Nick ne parliamo da un sacco di tempo, mi sento come se la storia fosse nata soprattutto dalle conversazioni tra me e mio figlio, che hanno prodotto idee che ci hanno fatto appassionare e che Nick ha avuto la pazienza di valutare.
Henry - Ho letto fumetti soprattutto quando ero molto piccolo. Calvin & Hobbes, Tintin, Spy vs. Spy. Avevo un'antologia delle storie Marvel, quando avevo circa sette anni, che adoravo. Finivo sempre su una pagina di Spider-Man, senza sapere niente del personaggio, della sua storia o dei suoi poteri, ma apprezzando moltissimo l'arte di Steve Ditko. Non ho davvero iniziato a leggerne le storie fino a che non ho compiuto undici o dodici anni. A quel punto, ho capito che era un personaggio in cui mi rivedevo e, probabilmente, era la prima volta che mi sentivo in quel modo.
J.J. - Ricordo che ai tempi del liceo lavoravo in un negozio di fumetti e c'era l'albo di Amazing Fantasy con la prima apparizione di Spider-Man in una teca di vetro. Fino a quando non iniziai a lavorare lì, non mi ero appassionato ai fumetti. E, sebbene non sia mai diventato il fan sfegatato che è oggi mio figlio, ho sempre apprezzato la maniera, emozionante e stranamente coinvolgente, in cui le storie sono raccontate tramite questo straordinario linguaggio.
Henry - Sento di aver imparato molto non solo come scrittore, grazie a questa collaborazione, ma anche come fruitore di storie. Spider-Man è uno di quei personaggi che, più leggi cose che lo riguardano, meno lo capisci. Almeno così capita a me. Ha un sacco di caratteristiche totalmente opposte a quelle che ti aspetti da un super eroe. Credo che Stan Lee abbia detto qualcosa sul fatto di aver messo un uomo dentro un super uomo. Ed è quel che anche noi abbiamo cercato di fare.
J.J. - Per me è pazzesco, dopo aver lavorato per tanti anni assieme a scrittori professionisti, lavorare con mio figlio su un progetto del genere. A essere sincero, non ero affatto sicuro di come sarebbe stato. Nessuno di noi due lo era.
Ricevere le pagine disegnate è un po' come lavorare a un film. Tu hai un'idea di come dovrebbe essere il castello di Maz Kanata. Per mesi e mesi vivi nella teoria e poi passi attraverso le fasi del design. E un bel giorno vai su set e te lo trovi davanti. Magari non stai girando, ancora, ma il set è lì. Vedere arrivare le tavole di Sara, le prime versioni in bianco e nero, è stranissimo, perché improvvisamente hai davanti l'interpretazione di una grande artista di cose di cui hai parlato per un sacco di tempo.
Certo che scriverei ancora per il Fumetto. Lavorare con Henry è stato grandioso e so che lui ha altre idee per altri progetti. Posso immaginare che lavorare con papà abbia i suoi vantaggi, ma ce lo vedo a portare avanti da solo i suoi impegni.
Henry - Ovviamente ho goduto di un incredibile privilegio, ne sono consapevole. Credo che una parte fondamentale della creatività sia l'indipendenza creativa. Dopo questa esperienza, quello è il mio desiderio. Non posso credere che questa opportunità ci sia stata concessa. Ho avuto la scusa perfetta, soprattutto nell'anno passato al college, per chiamare papà e, semplicemente, parlare della storia.
