Massimo Troisi: per il compleanno della leggenda della comicità, 5 film che hanno fatto la storia
Scopri i 5 capolavori di Massimo Troisi che hanno rivoluzionato la commedia italiana: da Ricomincio da tre a Il postino, analisi dei film più iconici dell'attore.
Trent'anni senza Massimo Troisi. Tre decenni in cui la sua assenza si è fatta sentire come un vuoto incolmabile nel panorama della commedia italiana. Eppure, chi rivede oggi i suoi film scopre qualcosa di straordinario: quella voce cadenzata, quelle pause sospese, quella gestualità napoletana epurata da ogni stereotipo continuano a parlare direttamente al cuore degli spettatori, vecchi e nuovi. Morto nel sonno il 4 giugno 1994, a soli 41 anni, stroncato da un infarto che il suo cuore malato non riuscì a sopportare. Aveva appena terminato le riprese de Il postino, il suo film più ambizioso e internazionale. Dodici ore dopo l'ultimo ciak, brindando con la troupe, aveva detto: "Non dimenticatevi di me". Come se avesse avuto una premonizione. Come se sapesse che il tempo a disposizione stava per scadere.
Nato il 19 febbraio 1953 a San Giorgio a Cremano, alle porte di Napoli, in una casa piccola e sovraffollata, Troisi aveva fatto della vita il suo materiale di formazione artistica. Prima con il gruppo teatrale La smorfia, insieme a Lello Arena e Enzo Decaro, poi in televisione con programmi come Non Stop e Luna Park. Il salto al cinema arrivò dopo aver lasciato il trio cabarettistico, nelle vesti di attore ma anche di sceneggiatore e regista. Un'anomalia cardiaca lo accompagnava fin da ragazzo: nel 1976 si era sottoposto a un delicato intervento che gli aveva permesso di condurre un'esistenza pressoché normale, ma con il cuore sempre in bilico. La sua filmografia è breve per forza di cose, ma incredibilmente intensa. Vediamo i cinque film che lo hanno reso immortale.
Ricomincio da tre (1981)
Ricomincio da tre segna l'esordio dirompente di Troisi nel cinema, nel 1981. Un film di cui fu autore a tutto tondo: soggetto, sceneggiatura, regia e interpretazione principale. Il successo fu immediato e travolgente. La pellicola restò in sala per oltre 600 giorni e conquistò due David di Donatello, per il miglior film e per il miglior attore protagonista.
Gaetano è un giovane timido, stanco della vita provinciale napoletana, che decide di partire verso Genova per stare dalla zia. Durante il viaggio in autostop incontra un aspirante suicida interpretato da Michele Mirabella, arriva a Firenze dove trova ospitalità presso un predicatore amico della zia, e si innamora di Marta, un'infermiera disinibita di un centro di igiene mentale. Da lei avrà un figlio che potrebbe non essere suo. Il mix di ironia e tenerezza funziona alla perfezione, come nell'esilarante dialogo con il paziente psichiatrico di Marco Messeri: "Orgoglio e dignità... dignità e orgoglio...". Con questo film Troisi mostrò subito la sua cifra stilistica: un napoletano che esce da ogni stereotipo, non mattatore estroverso e solare, non pizza e mandolino, ma un uomo fragile, poetico, in cerca di un posto nel mondo.
Scusate il ritardo arriva (1983)
Scusate il ritardo arriva nel 1983 e rappresenta un ulteriore salto di maturità. Ancora una volta Troisi è regista, attore e sceneggiatore. Il suo personaggio, Vincenzo, si è ispessito, scava più a fondo nell'anima. È un napoletano insicuro e mite che si divide tra l'ascoltare le pene d'amore dell'amico Tonino, interpretato da Lello Arena, e una travagliata storia sentimentale con l'nevrotica Anna di Giuliana De Sio.
Il film è costellato di scene memorabili, come il celebre monologo sulla Madonna che piange: perché andare in pellegrinaggio a vederla se piange, magari se rideva... Una riflessione strampalata in apparenza, ma nella quale alla fine tutto fila perfettamente. Troisi dimostra qui una capacità straordinaria di mescolare il comico e il drammatico, il banale e il profondo, senza mai perdere credibilità. Con questa pellicola l'attore napoletano consolida la sua posizione nel panorama cinematografico italiano, dimostrando che la commedia può essere anche introspezione, malinconia, riflessione esistenziale.
Non ci resta che piangere (1984)
Non ci resta che piangere, del 1984, è probabilmente il film più popolare e citato di Troisi. Co-diretto con Roberto Benigni, che ne è anche co-protagonista, rappresenta l'incontro tra due mondi comici apparentemente opposti: il saltimbanco toscano esagitato e irriverente, e il menestrello partenopeo riservato e surreale.
Il maestro Saverio e il bidello Mario, sorpresi da un temporale in campagna, si ritrovano l'indomani catapultati nel 1492. Decidono allora di recarsi in Spagna per fermare Cristoforo Colombo e impedirgli di scoprire l'America. La sceneggiatura, firmata oltre che dai due comici anche da Giuseppe Bertolucci, sforna gag ormai entrate nella cultura popolare italiana.
Chi non ricorda la scena della lettera a Savonarola, quando Saverio vuole convincere Mario a scrivere "te se continui così finisce che ti bruciano". O l'incontro con Leonardo da Vinci, la partita a carte truccata, i dialoghi sull'anacronismo. Il film funziona proprio grazie all'alchimia tra i due attori, capaci di creare un ritmo comico perfetto alternando l'energia esplosiva di Benigni con i tempi dilatati e le pause sospese di Troisi.
Pensavo fosse amore invece era un calesse (1991)
Pensavo fosse amore invece era un calesse, del 1991, rappresenta l'ultima regia di Troisi ed è forse il meno riuscito dei suoi film da un punto di vista commerciale. Eppure è un'opera coraggiosa, un'indagine sull'amore che inevitabilmente finisce, quasi un'operetta morale più che una semplice commedia.
Il protagonista Tommaso vive un estenuante tira e molla sentimentale con Cecilia, interpretata da Francesca Neri. Il film esplora le dinamiche delle relazioni moderne, l'incapacità di scegliere, la paura dell'abbandono. Come nella scena in cui Troisi consiglia all'amico Amedeo: "Lasciala tu prima che lei lascia a te e ti fa soffrire". Un pessimismo comico, una filosofia della resa preventiva che nasconde però una profonda vulnerabilità. Troisi qui si mostra ancora una volta mattatore indiscusso, capace di tenere in piedi un film dalla struttura meno lineare, più sperimentale, che osa raccontare l'amore senza il lieto fine, senza la risoluzione consolatoria.
Il Postino (1994)
Il postino è l'ultima interpretazione di Troisi, fatalmente commovente. Fu Troisi stesso a chiamare il regista scozzese Michael Radford, dopo averne apprezzato il lavoro in Orwell 1984 con Richard Burton. Philippe Noiret interpreta Neruda, che trascorre l'estate in un paesino del Sud Italia. Mario Ruoppolo, disoccupato figlio di pescatori interpretato da Troisi, viene assunto come postino personale del poeta per recapitargli la gran mole di lettere in arrivo.
Il film è il più ambizioso di Troisi, quello che meglio sintetizza la sua poetica: la semplicità che incontra l'arte, l'umiltà che si eleva attraverso la bellezza, la possibilità di riscatto anche per chi sembra destinato a una vita marginale. La battuta "La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve" racchiude perfettamente questa filosofia.
Candidato a cinque Oscar, Il postino vinse la statuetta per la migliore colonna sonora drammatica e lanciò definitivamente Maria Grazia Cucinotta. Ma soprattutto consegnò Troisi all'immortalità, cristallizzando per sempre la sua immagine di poeta del quotidiano, di cantore dei sentimenti semplici, di comico capace di far ridere e piangere nella stessa scena.