Max Von Sydow, un killer e degli origami misteriosi: oggi in TV, il thriller di Dario Argento, tra storia vera e finzione
Non ho sonno di Dario Argento torna in TV dopo 17 anni. Il thriller del 2001 con Max Von Sydow ambientato a Torino tra serial killer e origami misteriosi.
Ci sono film che nascono con l'ambizione di scuotere, disturbare, lasciare un segno indelebile nella memoria dello spettatore. Non ho sonno, thriller del 2001 diretto da Dario Argento, è esattamente questo tipo di opera: un viaggio oscuro nelle pieghe del male, ambientato nella Torino degli anni 2000, dove il passato non smette mai di bussare alla porta del presente. L'appuntamento in TV è per oggi, 13 giugno, in prima serata su Italia 2, ale ore 21.00.
La trama prende il via con un presupposto da incubo: due prostitute vengono uccise dopo essere entrate casualmente in possesso di una cartelletta contenente prove di omicidi commessi diciassette anni prima. Non omicidi qualunque, ma i delitti attribuiti a un serial killer soprannominato "il Nano assassino", un caso che aveva terrorizzato la città negli anni Ottanta. Sulla scena del crimine, il commissario Manni nota un dettaglio inquietante: ritagli di carta a forma di animali, identici a quelli trovati nei vecchi omicidi. È la firma del killer, il suo macabro biglietto da visita.
A questo punto entra in scena Ulisse Moretti, interpretato dal grande Max Von Sydow, un commissario ormai in pensione che aveva seguito le indagini originali. Afflitto da problemi di memoria ma ancora lucido nell'intuito, Moretti viene richiamato in servizio. Non è solo: al suo fianco c'è Giacomo, il figlio trentenne di una delle prime vittime, interpretato da Stefano Dionisi. Il giovane torna a Torino dopo aver saputo che l'assassino di sua madre potrebbe essere ancora in circolazione. La loro collaborazione diventa il cuore pulsante del film, un intreccio generazionale dove trauma personale e indagine professionale si fondono.
Mentre la polizia brancola nel buio nonostante le moderne tecniche investigative, Moretti nota un cambiamento cruciale nel modus operandi del killer: se negli anni Ottanta i delitti erano concentrati in un solo quartiere, ora il raggio d'azione si è esteso all'intera città. Perché questo cambiamento? La domanda diventa ossessiva, quasi quanto la presenza del killer stesso.
La Torino di Non ho sonno è una città notturna, fatta di zone d'ombra, vicoli deserti, interni claustrofobici. Argento usa la location piemontese come un personaggio a sé stante, trasformando il capoluogo sabaudo in un labirinto urbano dove il male può nascondersi ovunque. Gli origami lasciati dal killer – quei ritagli di carta che rappresentano animali – diventano un elemento visivo ricorrente, quasi ipnotico, un simbolo che unisce passato e presente in una spirale inquietante.
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Argento insieme a Franco Ferrini, gioca sulla paranoia e sulla sensazione che il tempo non guarisca davvero le ferite: le vittime del passato chiedono giustizia, i sopravvissuti vivono nell'angoscia, e chi indaga si rende conto di essere anche lui in pericolo. Ulisse e Giacomo non sono solo investigatori, sono prede potenziali. La caccia diventa reciproca.
Non ho sonno non è stato accolto unanimemente dalla critica al momento dell'uscita. Alcuni lo hanno considerato un ritorno alle origini dopo esperimenti meno riusciti, altri hanno lamentato una certa prevedibilità nella struttura. Eppure, a distanza di oltre vent'anni, il film mantiene una sua identità precisa nel corpus di Argento: meno barocco di Suspiria, meno estremo di Tenebre, ma ugualmente capace di graffiare.