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Morto il figlio di Cindy Crawford a 27 anni, Presley Gerber: "Devo pensare alla mia salute mentale"

Presley Gerber, figlio di Cindy Crawford, è morto a 27 anni in una struttura di riabilitazione. L'ultimo post su Instagram: "Prego che sia l'ultima volta in rehab".

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Presley Gerber, figlio della supermodella Cindy Crawford e dell'imprenditore Rande Gerber, è morto domenica 20 settembre all'età di 27 anni. Il decesso è avvenuto presso una struttura di riabilitazione, come confermato dall'ufficio del medico legale della contea di Los Angeles. La causa della morte non è stata resa pubblica. Allie Jenkins, portavoce della famiglia Crawford-Gerber, ha comunicato che "la famiglia chiede privacy in questo momento estremamente difficile e doloroso".

La notizia ha scosso il mondo della moda e dell'intrattenimento, riportando l'attenzione su una battaglia personale che il giovane modello aveva deciso di condividere pubblicamente negli ultimi anni. Presley, nato a Beverly Hills nel 1999, non aveva mai nascosto le sue difficoltà legate alla salute mentale e alla dipendenza da sostanze, trasformando la propria esperienza in una testimonianza di vulnerabilità e coraggio.

Uno degli ultimi post pubblicati su Instagram, lo scorso marzo, mostrava Presley poco prima di sottoporsi a un trattamento con ibogaina, una sostanza psichedelica estratta dalla corteccia della radice dell'arbusto africano Tabernanthe Iboga. L'ibogaina viene utilizzata in via sperimentale per trattare la dipendenza da alcol e sostanze come eroina, cocaina, crack e metanfetamina, ma a causa delle sue proprietà allucinogene e dei potenziali rischi per la salute rimane illegale negli Stati Uniti, in Italia e in altri paesi. Centri che la somministrano esistono invece in nazioni come Messico e Canada.

Nel video condiviso sui social, il volto di Presley tradiva una tensione palpabile. "Un momento tranquillo prima che tutto cambiasse", aveva scritto nella didascalia. "Ero assolutamente terrorizzato e sapevo che lo sarei stato di nuovo se mai avessi dovuto affrontare una cosa del genere". Le parole rivelavano non solo la paura di fronte al trattamento, ma anche la consapevolezza di una lotta tutt'altro che conclusa.

Il giovane modello aveva condiviso alcuni dei suoi "mantra" personali, spiegando quanto fosse stato difficile affidarsi completamente al percorso intrapreso. "Lasciare andare il controllo non è stato facile, ma mi sono fidato del fatto che ci fosse qualcosa di più grande di me a guidare tutto", aveva scritto. Poi aveva aggiunto: "Sapevo perché ero lì. Ho affrontato ciò da cui stavo scappando e, in mezzo a tutto questo, ho iniziato a ritrovare la strada verso me stesso. Vedremo".

La frase più toccante, quella che oggi assume un significato tragicamente profetico, chiudeva il post: "Prego che sia l'ultima volta che devo tornare qui". Il riferimento alla struttura di riabilitazione tradiva un desiderio disperato di liberazione. "Almeno, la prossima volta vorrei poter scegliere di farlo", aveva continuato, lasciando intendere che il suo ricovero non fosse stato del tutto volontario.

La testimonianza pubblica di Presley, per quanto dolorosa da rileggere oggi, rappresenta un atto di coraggio importante. In un'industria come quella della moda, spesso criticata per gli standard irrealistici e la pressione psicologica che esercita sui giovani, la sua scelta di parlare apertamente di salute mentale e dipendenza ha contribuito a normalizzare un dialogo ancora troppo spesso carico di stigma.

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