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Nascosero centinaia di ebrei in uno zoo per salvarli dai nazisti: l’incredibile storia vera diventata un film

Jan e Antonina Żabiński trasformarono lo zoo di Varsavia in un rifugio clandestino, salvando centinaia di ebrei dai nazisti: la storia vera che ha ispirato il film con Jessica Chastain.

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Durante la Seconda guerra mondiale, mentre Varsavia viveva sotto l'occupazione nazista, uno zoo semidistrutto dai bombardamenti si trasformò in un luogo capace di salvare centinaia di vite. Nelle gabbie rimaste vuote non c'erano più soltanto animali, sotto una villa si nascondevano passaggi segreti e persino alcune melodie suonate al pianoforte potevano significare che era arrivato il momento di sparire. Dietro tutto questo c'erano Jan e Antonina Żabiński, una coppia che per anni rischiò la propria vita per nascondere e aiutare gli ebrei perseguitati dai nazisti.

È una storia talmente incredibile che Hollywood, prima o poi, non poteva che accorgersene. Nel 2017 è diventata La signora dello zoo di Varsavia, il film con Jessica Chastain nei panni di Antonina e Daniel Brühl in quelli dello zoologo tedesco Lutz Heck. Ma alcuni dei dettagli che sullo schermo potrebbero sembrare costruiti appositamente per aumentare la tensione sono realmente accaduti. Il pianoforte utilizzato per lanciare segnali, le persone nascoste nei sotterranei e nelle strutture dello zoo, il camion che permetteva di entrare nel Ghetto di Varsavia: dietro il film c'è una storia vera che, per certi versi, è persino più straordinaria di quella raccontata al cinema.

Quando la guerra arriva in Polonia nel settembre del 1939, Jan Żabiński è il direttore dello zoo di Varsavia. Antonina, sua moglie, lo affianca nella gestione quotidiana degli animali insieme al figlio Ryszard. I bombardamenti tedeschi distruggono gran parte della struttura. Molti animali muoiono, altri vengono abbattuti o trasferiti in Germania per ordine di Lutz Heck, zoologo di regime e direttore dello zoo di Berlino. Heck non è un'invenzione cinematografica: esistette davvero, e insieme al fratello Heinz lavorò ossessivamente al progetto di ricreare l'uro, il bovino selvatico estinto che i nazisti consideravano simbolo del passato germanico.

La signora dello zoo di Varsavia, fonte: Focus Features

Il film utilizza questo elemento storico per costruire il rapporto tra Heck e gli Żabiński, calcando però la mano su un presunto interesse personale di Heck per Antonina che non trova riscontro documentale preciso. Quello che invece è documentato, anche grazie ai diari e alle memorie scritte da Antonina stessa, è il sistema che la coppia mise in piedi quando a Varsavia venne istituito il Ghetto ebraico. Con il pretesto di gestire un allevamento di maiali destinato all'approvvigionamento delle truppe tedesche, Jan ottenne il permesso di entrare nel Ghetto per raccogliere rifiuti organici. Quel camion che attraversava la città divenne uno strumento di salvezza: nascosti tra i rifiuti, alcune persone riuscivano a uscire dalla zona controllata dai nazisti e raggiungere lo zoo.

Ma non si trattava solo di un passaggio. Gli Żabiński misero a disposizione diversi spazi della loro proprietà: le gabbie vuote degli animali morti o trasferiti, i sotterranei della villa, stanze nascoste. La villa stessa, ribattezzata la Casa sotto la Stella Pazza, divenne il cuore dell'operazione. E qui entra in scena uno degli elementi più affascinanti della vicenda, che il cinema ha rispettato fedelmente: Antonina usava il pianoforte come sistema di comunicazione. Determinate melodie, suonate in momenti specifici, indicavano alle persone nascoste se era sicuro uscire dai rifugi o se invece bisognava rimanere immobili e invisibili. Spesso la musica scelta era un frammento de La belle Hélène di Offenbach, ma non era l'unica. Ogni suono aveva un significato, un'urgenza, una gradazione di pericolo.

Per proteggere l'identità degli ospiti clandestini, Antonina adottò un altro stratagemma: assegnava a ciascuno un nome in codice ispirato agli animali dello zoo. In questo modo, anche parlando davanti a estranei o potenziali delatori, era possibile riferirsi alle persone nascoste senza comprometterle. Il rischio era totale, visto che se scoperti, Jan e Antonina sarebbero stati fucilati sul posto, insieme a chiunque stessero proteggendo. Eppure andarono avanti, mese dopo mese, anno dopo anno. Jan, oltre a gestire lo zoo e l'allevamento di copertura, partecipò attivamente alla Resistenza polacca. Non era un osservatore neutrale: era un combattente, con tutto ciò che questo comportava in termini di esposizione e pericolo.

La signora dello zoo di Varsavia, fonte: Focus Features

Nel 1944, durante la Rivolta di Varsavia, Jan prese parte ai combattimenti e venne catturato dai tedeschi. Fu deportato in un campo per prigionieri di guerra. Antonina rimase sola a Varsavia con Ryszard e con la neonata Tereska, nata proprio quell'anno. Continuò a proteggere le persone ancora nascoste, a portare avanti la missione in condizioni sempre più disperate, mentre la città bruciava e il fronte si avvicinava. Jan sopravvisse alla prigionia e tornò dalla famiglia dopo la fine della guerra. Quante persone salvarono davvero? Le fonti storiche parlano di circa trecento ebrei aiutati o salvati direttamente dagli Żabiński.

È un numero che va maneggiato con attenzione: non significa che trecento persone vissero contemporaneamente nello zoo, ma che la rete di salvataggio orchestrata dalla coppia coinvolse, in varie fasi e con diverse modalità, quel numero di individui. Alcuni rimasero nascosti per mesi, altri solo per pochi giorni prima di essere spostati altrove. Alcuni furono ospitati direttamente nella villa, altri nelle strutture dello zoo, altri ancora ricevettero documenti falsi, cibo, assistenza per raggiungere altri rifugi. Tra le persone salvate ci fu anche la moglie di Szymon Tenenbaum, entomologo ebreo di fama mondiale che aveva affidato a Jan la sua preziosa collezione di circa cinquecentomila esemplari di invertebrati quando venne rinchiuso nel Ghetto nel 1940.

Tenenbaum morì nel Ghetto nel 1941, ma la sua collezione sopravvisse, nascosta e protetta. Nel 1944, tre settimane prima della Rivolta di Varsavia, Jan riuscì a trasferirla al Museo Zoologico, dove ancora oggi è conservata. Alcuni esemplari di quella collezione sono esposti proprio nella villa degli Żabiński, che dal 2015 è aperta al pubblico come museo. Visitare oggi quella casa significa immergersi in un'atmosfera sospesa tra gli anni Trenta e l'orrore della guerra. L'interno è stato ricostruito per restituire il clima dell'epoca, con i libri di zoologia di Jan sugli scaffali, il pianoforte di Antonina nel salotto, le foto di famiglia alle pareti.

La signora dello zoo di Varsavia, fonte: Focus Features

Nei sotterranei sono incisi i nomi delle persone che trovarono rifugio lì, testimonianze raccolte anni dopo presso lo Yad Vashem, l'istituto israeliano che dal 1965 riconosce Jan e Antonina come Giusti tra le Nazioni. Un tunnel sotterraneo conduceva dal seminterrato verso l'esterno, tra i cespugli vicino alle voliere: era la via di fuga in caso di irruzione tedesca. Nel giardino alla francese che circonda la villa cresce ancora un ginkgo biloba piantato da Jan Żabiński. Un albero che viene dalla Cina, considerato un fossile vivente, capace di sopravvivere a condizioni estreme. Forse non esiste metafora più appropriata per quella famiglia e per le persone che passarono sotto il tetto della Casa sotto la Stella Pazza.

Nelle memorie di Antonina, pubblicate dopo la guerra, c'è una frase che Jan pronunciò nel 1965 davanti ai rappresentanti dello Yad Vashem, quando venne riconosciuto ufficialmente per il suo operato: "Ho corso dei rischi e ho dato loro rifugio non perché erano ebrei, ma perché erano perseguitati. Se i tedeschi fossero stati perseguitati, avrei fatto lo stesso. Parliamo di persone che erano condannate, anche se non avevano fatto nulla di male. Era terrificante. Il mio obbligo umano era aiutarli. Semplice decenza". Due parole che suonano quasi banali, eppure descrivono un coraggio che pochi avrebbero avuto la forza di mettere in pratica.

In un'epoca in cui dare un bicchiere d'acqua a un ebreo significava la pena di morte, Jan e Antonina Żabiński scelsero di trasformare uno zoo distrutto in un'arca di salvezza. Lo fecero con astuzia, con metodo, con una rete di segnali musicali e nomi in codice che oggi ci sembrano usciti da un romanzo di spionaggio. Ma erano reali, dolorosamente reali, così come reale era il pericolo che ogni giorno bussava alla porta della villa. La storia dello zoo di Varsavia non è solo un episodio di eroismo individuale. È la dimostrazione che anche nei contesti più brutali, anche quando il sistema è costruito per annientare ogni forma di umanità, esistono persone capaci di opporre resistenza non con slogan o proclami, ma con azioni concrete, quotidiane, silenziose. Gabbie vuote, tunnel, melodie al pianoforte. E trecento vite che altrimenti sarebbero state cancellate per sempre.

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