Nicole Kidman nel deserto con Pattinson: su Prime Video, il film che Herzog girò tra sabbia e neve
Gertrude Bell: viaggiatrice, archeologa e diplomatica che ridisegnò i confini di Iraq, Siria e Giordania. La storia vera nel film di Herzog.
Ci sono storie che scivolano tra le pieghe dei libri di storia, dimenticate nonostante abbiano plasmato il mondo in cui viviamo. Gertrude Bell è una di queste. Inglese, nata nell'Ottocento in una famiglia benestante, laureata a Oxford in storia quando le donne erano ancora una rarità negli atenei, Bell non era il tipo da accontentarsi della vita tranquilla che la società vittoriana le riservava. Troppo intelligente, troppo curiosa, troppo inquieta per il tè delle cinque e i salotti londinesi. La sua storia è quella di una fuga, ma anche di una conquista. Non c'era marito all'altezza in tutta l'Inghilterra, nessuno disposto ad accettare una donna che non nascondeva la propria intelligenza. Così Gertrude partì per Teheran, dove uno zio lavorava come ambasciatore. Fu lì, nell'aria rarefatta della Persia di inizio Novecento, che tutto cambiò. Il deserto la chiamò con una voce che non avrebbe più smesso di ascoltare.
Parlava arabo, persiano, turco. Comprendeva le dinamiche tribali, le alleanze, le fratture interne di un mondo complesso che l'Occidente guardava con distacco coloniale. La sua conoscenza del territorio e dei popoli divenne talmente preziosa che Bell si trasformò nel braccio operativo dell'Impero britannico in Medio Oriente. Durante la Prima Guerra Mondiale, le sue mappe e i suoi rapporti furono determinanti per le strategie militari britanniche. Ma il suo ruolo raggiunse l'apice nel 1920, quando le fu affidato un compito che avrebbe segnato la storia del ventesimo secolo: ridisegnare i confini dell'ex Impero Ottomano. Con una matita e una mappa, Gertrude Bell tracciò le linee che diedero vita a Iraq, Giordania e Siria così come li conosciamo oggi. Assegnò territori, decise dinastie, scelse re. Fu lei a sostenere l'incoronazione di Faisal I come sovrano dell'Iraq.
Una responsabilità immensa, le cui conseguenze geopolitiche si sentono ancora oggi, un secolo dopo. Quelle linee tracciate quasi arbitrariamente, senza sempre tenere conto delle complessità etniche e religiose della regione, sono all'origine di molti dei conflitti contemporanei. Herzog, con il suo sguardo da documentarista prestato alla fiction, non si limita a una celebrazione acritica. Il film dura 125 minuti e respira gli spazi immensi del deserto, catturati dalla fotografia di Peter Zeitlinger. Durante le riprese in Marocco, la troupe si imbatté in due fenomeni naturali rari e spettacolari: una tempesta di sabbia e una nevicata nel deserto. Herzog, fedele alla sua estetica del reale, li incluse nel film, regalando immagini potenti e stranianti.