FILM

No, Supergirl non convince. Ma c'è una cosa che molti non riescono a perdonare

Supergirl di Craig Gillespie ci prova col punk-lite, ma il western spaziale con Milly Alcock non decolla

Condividi

Dopo quasi vent'anni di egemonia incontrastata dei supereroi al botteghino mondiale, i dipartimenti creativi di Marvel e DC si trovano tra le mani l'ingrato compito di chi deve raschiare il fondo del barile dei generi cinematografici. Abbiamo avuto il noir, lo spionaggio e persino il musical jukebox; era solo questione di tempo prima che qualcuno decidesse di rispolverare il western spaziale.

L'incombenza è toccata a Craig Gillespie con il suo Supergirl, un'operazione scanzonata e indubbiamente ritmata che però soffre della sindrome più imperdonabile del cinema contemporaneo, la prevedibilità travestita da irriverenza.

Il canovaccio, orchestrato dalla penna di Ana Nogueira su input terapeutico di James Gunn, ci presenta una Kara Zor-El inedita, interpretata da una spavalda Milly Alcock. L'eterea bionda degli anni Ottanta e quel rassicurante ottimismo programmatico della TV sono ormai un ricordo. Questa Kara è una ventitreenne perennemente barcollante tra i fumi dell'alcol intergalattico, impegnata a annegare nei drink il trauma della distruzione di Krypton, mentre il cugino Kal-El (un David Corenswet in versione boy scout perfetto) la esorta inutilmente a trovarsi un lavoro socialmente utile sulla Terra.

La svolta narrativa arriva in una bettola di periferia cosmica, dove l'incontro con la giovane Ruthye (Eve Ridley), in cerca di vendetta contro il grottesco trafficante Krem (Matthias Schoenaerts), trascina la nostra antieroina in una caccia all'uomo per salvaguardare la vita del fedele super-cane Krypto.

Una regia goffa e una sceneggiatura claudicante

Il vero limite di Gillespie, secondo molti, risiede in una regia che tradisce un'evidente goffaggine nelle sequenze d'azione. È quasi irritante notare come i combattimenti cruciali vengano sistematicamente troncati, lasciati fuori campo o relegati ai margini dell'inquadratura, quasi a voler nascondere l'incapacità di gestire il caos coreografico, nonostante l'accompagnamento furbetto di una colonna sonora post-riot grrrl.

Ma il pubblico non ha dubbi: il peccato originale del film rimane però il suo parassitismo cinefilo. Supergirl saccheggia senza pudore almeno dieci fonti diverse, posizionandosi come un ibrido sbiadito tra i Guardiani della Galassia e i classici di samurai. E la sottotrama della giovane orfana fatica a graffiare.

Nota di merito, però, alla Alcock. La sua Kara è punk-lite, spettinata, guidata da un'attitudine sfacciata che colpisce in positivo. Insomma, una pellicola godibile, ma drammaticamente ancorata a una formula che comincia a mostrare i segni del tempo.

Continua a leggere su BadTaste