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Non ci resta che piangere, perché si chiama così? Il significato del titolo e 10 curiosità sul film con Troisi e Benigni

Un viaggio nel tempo diventato leggenda del cinema italiano, nato tra improvvisazione, intuizioni geniali e un'amicizia irripetibile: i retroscena più affascinanti di Non ci resta che piangere

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Non ci resta che piangere è una delle più grandi commedie italiane, uscita nel 1984 e diretta, scritta e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi. Il film continua ancora oggi a conquistare nuove generazioni grazie a un umorismo senza tempo, fatto di battute memorabili, improvvisazioni e momenti surreali. A rendere quest'opera così amata non è soltanto la comicità dei due protagonisti, ma anche il perfetto equilibrio tra ironia, malinconia e fantasia. Dietro quella che può sembrare una semplice commedia si nascondono infatti numerosi retroscena, curiosità e scelte creative che hanno contribuito a trasformarla in un autentico cult.

Tra tutte, ce n'è una che incuriosisce più delle altre: da dove nasce il titolo Non ci resta che piangere? La risposta si lega alla letteratura italiana. Ma ecco intanto la trama: la storia prende il via nella campagna toscana degli anni Ottanta. Mario, un bidello interpretato da Massimo Troisi, e Saverio, maestro elementare interpretato da Roberto Benigni, rimangono bloccati a un passaggio a livello. Dopo aver deciso di cambiare strada, trascorrono la notte in una locanda e, al loro risveglio, scoprono di essere misteriosamente finiti nel 1492.

I due cercano inizialmente di adattarsi alla nuova realtà, ma presto decidono di raggiungere Cristoforo Colombo con l'assurdo obiettivo di impedirgli di partire per il suo storico viaggio. Da questa premessa nascono alcune delle scene più iconiche del cinema italiano, tra incontri improbabili con Leonardo da Vinci, dialoghi surreali e situazioni entrate nell'immaginario collettivo.

Una scena di Non ci resta che piangere - Fonte: Cecchi Gori Group

Ovviamente com'è facile intuire il titolo del film non è nato per caso. O forse si? Roberto Benigni in un'intervista raccontò che, mentre cercava insieme a Troisi il nome giusto per la pellicola, iniziò a leggere alcune poesie. “A Troisi dicevo “ti leggo una poesia dimmi quale ti piace di più per il titolo”. Arrivato a Non ci resta che piangere mi fermò dicendo “questa mi piace”” . L'ispirazione arriva infatti da un passo di Francesco Petrarca, contenuto in una lettera indirizzata a Barbato da Sulmona. Nella traduzione italiana compare proprio l'espressione "non ci resta che piangere e ricordare", un'immagine poetica che evoca la consapevolezza di non poter cambiare il destino.

Una scelta sorprendente per una commedia, ma perfettamente coerente con lo spirito del film, che alterna leggerezza e riflessione senza mai perdere la propria identità.

Una delle caratteristiche più sorprendenti del film riguarda il metodo di lavoro dei due autori. La sceneggiatura, infatti, non fu mai davvero definitiva. Benigni e Troisi preferivano costruire le scene giorno dopo giorno, partendo da semplici idee e lasciando grande spazio all'improvvisazione. Gli attori ricevevano indicazioni essenziali e molte delle battute oggi considerate leggendarie nacquero direttamente sul set. Questa libertà creativa comportò anche una quantità enorme di materiale girato, tanto che numerose sequenze furono eliminate durante il montaggio.

Tra le sequenze più celebri della storia del cinema italiano c'è senza dubbio quella della dogana. L'interrogatorio del doganiere, con il celebre tormentone "Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!", è diventato una citazione popolare ancora oggi. In pochi sanno, però, che la scena dovette essere ripetuta numerose volte perché Benigni e Troisi, insieme agli altri interpreti, scoppiavano continuamente a ridere. Alla fine fu scelta proprio una delle riprese in cui le risate erano rimaste visibili, contribuendo a rendere il momento ancora più autentico.

Una scena di Non ci resta che piangere - Fonte: Cecchi Gori Group

Il film è ricco di errori storici volutamente lasciati sullo schermo o comunque mai corretti. Tra gli esempi più curiosi c'è Leonardo da Vinci raffigurato con la classica barba bianca, nonostante nel 1492 avesse circa quarant'anni. Oppure l'utilizzo del termine "italiani", quando l'Italia come Stato sarebbe nata soltanto secoli dopo.Persino alcuni alimenti presenti nel film risultano anacronistici: in una scena, infatti, i protagonisti mangiano fagioli, arrivati in Europa solo dopo la scoperta dell'America. Sono dettagli che non compromettono minimamente il fascino dell'opera e che, anzi, contribuiscono al suo carattere volutamente surreale.

Un altro momento rimasto nella memoria degli spettatori è quello della lettera indirizzata a Girolamo Savonarola. La scena rappresenta un chiaro tributo a Totò, Peppino e la... malafemmina, altro monumento della comicità italiana, nel quale Totò e Peppino scrivono una lettera piena di errori e assurdità. Benigni e Troisi reinterpretano quel meccanismo comico con il loro stile personale, regalando una delle sequenze più divertenti del film.

Molti spettatori ignorano che Non ci resta che piangere non esiste in una sola versione. Nel corso degli anni sono circolati montaggi differenti, con alcune scene aggiuntive dedicate soprattutto al personaggio di Astriaha. Nel 2006 è arrivata anche un'edizione estesa che recupera circa diciotto minuti di materiale, offrendo un maggiore approfondimento della vicenda sentimentale e di alcuni passaggi narrativi.

Alla sua uscita il film divise parte della critica, che giudicò poco rigorosa la sceneggiatura e la regia. Il pubblico, invece, decretò immediatamente il suo trionfo. L'incasso superò i 15 miliardi di lire, rendendolo il maggiore successo italiano della stagione cinematografica 1984-1985. Con il passare degli anni, inoltre, la pellicola è stata completamente rivalutata fino a diventare uno dei film simbolo della commedia nazionale. Al di là delle battute entrate nella cultura popolare, il vero segreto di Non ci resta che piangere risiede probabilmente nel rapporto umano tra Roberto Benigni e Massimo Troisi.

I due artisti avevano stili profondamente diversi ma perfettamente complementari: l'energia incontenibile del primo trovava equilibrio nella delicatezza malinconica del secondo. Questa alchimia, impossibile da costruire artificialmente, emerge in ogni scena e rende il film ancora oggi sorprendentemente moderno.

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