Olivia Colman rivela perché Hollywood ha paura delle storie queer: "Sono troppo nervosi"

Olivia Colman denuncia la paura di Hollywood verso le storie queer nel film Jimpa di Sophie Hyde. L'attrice premio Oscar critica l'industria: "Sono troppo nervosi".

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Olivia Colman non è tipo da grandi proclami. Premio Oscar, due Emmy e una collezione di BAFTA che farebbe invidia a chiunque, eppure quando le chiedi del suo mestiere si schermisce quasi infastidita. "Tutto suona pretenzioso", ammette durante una videointervista recente. "Quando parli di come lo fai o come non lo fai, diventa insopportabile. A me piace solo farlo, e idealmente vorrei farlo senza che nessuno guardi mai. Ma so che non è possibile". Eppure, dietro questa modestia britannica si nasconde un'attrice che sa perfettamente cosa le serve per dare il meglio: un set libero, collaborativo, senza rigidità. Ed è esattamente ciò che ha trovato girando Jimpa, il dramma familiare a basso budget diretto da Sophie Hyde in cui interpreta una regista che porta il figlio adolescente non binario ad Amsterdam per far visita al padre anziano, un accademico gay interpretato da John Lithgow.

Ma non è stato sempre così. Prima di Jimpa, Colman aveva attraversato un'esperienza che aveva minato la sua passione per la recitazione. "Avevo appena fatto un lavoro in cui proprio non andavo d'accordo con il regista, cosa piuttosto insolita per me", racconta senza specificare il titolo. "Mi ha fatto pensare: non voglio più fare questo". Poi il suo agente le ha proposto Sophie Hyde, promettendole che avrebbe amato il suo modo di lavorare. Dopo un incontro conoscitivo su Zoom, Colman ha accettato e oggi dice che Jimpa le ha restituito la fede nella sua arte. "Mi è stata data libertà", spiega. "È stato un processo davvero creativo. L'antitesi di quello che avevo appena fatto, dove ero usata come un oggetto di scena, e mi veniva detto 'mento su un po', mento giù un po''. Quello non è recitare. Non è il lavoro che amo. E Sophie era l'esatto opposto".

Per Sophie Hyde, regista australiana nota per Good Luck to You, Leo Grande, realizzare Jimpa ha significato elaborare la propria vita familiare. Il film non solo attinge alle sue esperienze con i genitori, ma il personaggio del figlio adolescente è interpretato proprio da Aud Mason-Hyde, il figlio non binario della regista. "Tutti i miei film sono molto personali, solo che di solito sono un po' più opachi al riguardo", spiega Hyde. "Questo è esplicito. Ho dato al film il nome di mio padre, c'è un personaggio regista, e ha un figlio adolescente non binario interpretato dal mio vero figlio non binario, Aud. È profondamente palese nel suo legame con me. Ma volevo guardare alla relazione tra i miei genitori e alle storie che ho raccontato su di loro, per interrogarmi se quelle storie fossero tutta la verità".



Ed è qui che Colman interviene con una riflessione che colpisce per la sua lucidità. "C'è una quantità enorme di sfiducia e odio verso cose per cui non c'è alcun bisogno di odiare", dice. "Amo il fatto che questo film parli di imparare ad ascoltarsi senza buttare via i giocattoli. Non capisco come si possa essere così turbati quando qualcuno è diverso. Sarebbe fantastico se i film sulle storie queer fossero mainstream. Sarebbe meraviglioso. Non so perché non lo sia, ma penso che le persone siano troppo nervose".

Il dibattito al centro di Jimpa non è ideologico o astratto: è incarnato nella relazione tra i personaggi di Lithgow e Mason-Hyde, che discutono le loro visioni su genere e sessualità con la franchezza e la tenerezza che solo i legami familiari permettono. Colman spera che il film possa incoraggiare le persone a essere più aperte e accoglienti, a superare quella "nervosità" che secondo lei paralizza l'industria.

Perché in fondo, come suggerisce la sua stessa esperienza su quel set in cui era trattata come un "muro" a cui dire dove girare il mento, il problema non è tecnico o artistico. È culturale. È la paura di raccontare storie che escono dagli schemi consolidati, che sfidano le narrazioni dominanti, che chiedono al pubblico di mettersi nei panni di chi vive esistenze diverse. Una paura che, paradossalmente, limita proprio quella libertà creativa che artisti come Colman e Hyde cercano disperatamente e che, quando trovano, produce opere capaci di restituire senso al loro mestiere.

Fonte / Variety
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