Olivia Wilde punta all'Oscar? Ecco perché The Invite è il film di cui tutti parleranno
Olivia Wilde punta dritta agli Oscar con The Invite: perché la sua cinica e spietata commedia da salotto è il film dell'anno da non perdere
L’ultima edizione del Sundance ha assistito a un piccolo miracolo: la standing ovation per The Invite, terzo lungometraggio dietro la macchina da presa di Olivia Wilde. Un trionfo tramutatosi in un’asta selvaggia, risolta da A24 con un assegno da 12 milioni di dollari. Ora, la casa di distribuzione più amata dai cinefili si trova davanti a un bivio identitario: derubricare la pellicola a brillante divertissement estivo o accettare la scommessa, ben più ambiziosa, di blindare un posto in prima fila per la notte degli Oscar. La risposta corretta, manco a dirlo, è la seconda.
Remake in lingua inglese della commedia iberica The People Upstairs di Cesc Gay, il film stringe l'inquadratura su Joe (un Seth Rogen stupefacente) e Angela (la stessa Wilde), coppia di San Francisco impantanata nel grigiore post-coniugale.L'equilibrio precario salta definitivamente quando decidono di invitare a cena i vicini del piano di sopra, Hawk (Edward Norton) e Pina (Penélope Cruz). Il paragone con Chi ha paura di Virginia Woolf? è scattato automatico tra la critica d'oltreoceano, ed è un'iperbole azzeccata. La Wilde firma la sua regia più misurata ed essenziale, tra specchi e porte socchiuse, firmando al contempo la sua migliore interpretazione dai tempi di Meadowland.
Una partitura cinica firmata Jones-McCormack
Il vero motore di questa commedia nerissima è la sceneggiatura affilata come un bisturi di Rashida Jones e Will McCormack. I dialoghi corrono sul filo dell'alta tensione, privi di quelle pause retoriche che spesso affossano il teatro filmato. La struttura è spietata, dal ritmo sorkiniano, capace di estrarre la risata dal disagio morale più assoluto.
Ed ecco che quando la parola diventa un'arma di distruzione di massa, il cinema da salotto si trasforma in un trattato antropologico sulla miseria dei rapporti borghesi. La scrittura di The Invite possiede quella memoria a lungo termine che di solito conquista l'elettorato dell'Academy al momento di compilare le schede a gennaio.
Naturalmente, lo script rimarrebbe una splendida partitura non suonata senza interpreti disposti a mettersi a nudo. Seth Rogen abbandona finalmente i panni dello stoner pigro da commedia generazionale per regalarci un’interpretazione livida, molto matura.
Al suo fianco, Edward Norton giganteggia (non a sorpresa) con quel disprezzo sornione che non gli vedevamo dai tempi di Birdman, mentre Penélope Cruz si muove con inquietante serenità nei panni di una terapista sessuale pronta a trasformare la cena in un confessionale senza sconti.
A chiudere il cerchio perfetto concorrono il montaggio ritmico di Yorgos Mavropsaridis (storico complice di Lanthimos) e la colonna sonora ipnotica di Devonté Hynes. A24 ha già dimostrato di saper compiere miracoli, trasformando un’anarchia pop infarcita di dildi in un trionfatore da miglior film con Everything Everywhere All at Once. La strategia per The Invite è la medesima, ovvero far recapitare gli inviti in anticipo e ricordare a Hollywood che la cattiveria, se scritta con questa eleganza, merita sempre la statuetta più pesante.