Oltre Euphoria e Cime Tempestose: questo film con Jacob Elordi è una piccola perla di Prime Video
Un thriller erotico e grottesco su Prime Video, che rimane impresso nella mente
Se cercate un titolo su Prime Video capace di tenervi incollati alla sedia (pur facendovi alzare le sopracciglia davanti a una sfacciata scorpacciata di cliché) lo avete trovato. Con Saltburn, Emerald Fennell mette in scena un gioco al massacro aristocratico che saccheggia senza pudore la grande letteratura e il cinema d'autore, trasformando l'invidia di classe in un irresistibile e grottesco spettacolo pop. E vi resterà in mente, statene certi.
Perché Saltburn è da vedere (nonostante qualche scivolone)
Il merito di questa attrazione fatale va in gran parte equamente diviso tra la sontuosa opulenza visiva della tenuta che dà il nome al film e un cast in stato di grazia, all'interno del quale brilla la stella polare di Jacob Elordi.
Nei panni di Felix Catton, un rampollo aristocratico dalla bellezza efebica e indolente, Elordi mette in scena una performance magistrale, incarnando perfettamente il cliché del millennial viziato ma irresistibile, che distribuisce favori con ammirabile noncuranza. È lui l'oggetto del desiderio e della strisciante invidia di classe di Oliver Quick (un monumentale Barry Keoghan), il classico outsider privo di doti sociali che riesce a imbucarsi nel paradiso artificiale della nobiltà inglese.
Certo, la sceneggiatura della Fennell dimostra un’evidente fragilità psicologica quando si tratta di sviscerare le reali motivazioni profonde di Oliver, ma il film compensa ampiamente le sue lacune strutturali trasformandosi in un voyeuristico catalogo di "real estate voyeurism" aristocratico.
Tra partite a tennis giocate rigorosamente in smoking e fiumi di champagne tracannati a bordo piscina, la regista mette in scena il vuoto della classe dirigente con un compiacimento estetico che rasenta l'erotismo. La Pike, splendida e vacua nei panni di Elspeth Catton, colleziona battute da antologia, tra cui un memorabile e sconclusionato resoconto sul suo passato da modella e sulla sua temporanea epifania omosessuale.
Spiegando fin troppo allo spettatore ogni singolo tassello del piano machiavellico di Oliver, la sceneggiatura depotenzia la magnetica ambiguità di Keoghan e lo trasforma in un cattivo da fumetto. Ma nonostante lo scivolone nel grottesco, l’iconica danza liberatoria finale sulle note di Murder on the Dancefloor suggella il film come un cult imperfetto. Insomma, una giostra di idee un po' confuse ma confezionata con un'eleganza formale così sfacciata da farsi perdonare quasi tutto.