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Pamela Anderson, il dramma che ha tenuto nascosto tanto tempo: “Mi restavano solo 10 anni”

La star di Baywatch ha raccontato a Venezia uno dei capitoli più dolorosi della sua vita: una diagnosi arrivata quando era ancora giovane e madre di due bambini, trasformata negli anni in una storia di sopravvivenza, cura e rinascita.

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Pamela Anderson torna a parlare di uno dei segreti più dolorosi della sua vita e lo fa nel luogo più adatto per trasformare una vicenda personale in una testimonianza pubblica: Venezia. Durante il gala amfAR del 6 settembre 2026, organizzato nell'ambito dell'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, l'attrice ha ricevuto l’Award of Courage, il premio al coraggio, e ha scelto di raccontare per la prima volta con tanta profondità gli anni vissuti con l'epatite C.

La rivelazione che più ha colpito il pubblico riguarda proprio il momento della diagnosi. Alla fine degli anni Novanta, quando l'epatite C non disponeva ancora delle terapie risolutive oggi disponibili, Anderson si sentì prospettare un futuro drammatico. Secondo il racconto dell'attrice, il suo medico le disse che avrebbe potuto avere circa dieci anni di vita. Una frase che l'ha traumatizzata.

Ma c'è un più intimo della confessione fatta a Venezia: Pamela Anderson non ha raccontato quella diagnosi semplicemente come la paura di morire. Il pensiero che la tormentava era soprattutto un altro: cosa sarebbe successo ai suoi figli se lei non fosse riuscita a vederli crescere. All'epoca Brandon e Dylan erano ancora piccoli e l'idea di non poterli accompagnare nella vita adulta avrebbe cambiato radicalmente il modo in cui l'attrice guardava al futuro. Anderson ha spiegato che quella consapevolezza finì per condizionare profondamente le sue scelte, fino a modificare il suo rapporto con la vita, con il lavoro e con se stessa.

Per il pubblico era il simbolo della bellezza e della seduzione televisiva, una delle donne più famose degli anni Novanta. Ma dietro quella figura pubblica c'era una persona costretta a convivere con la prospettiva di una malattia potenzialmente devastante. Anderson aveva reso pubblica la propria diagnosi già nel 2002, raccontando di aver contratto il virus dopo aver condiviso un ago per tatuaggi con l'allora marito Tommy Lee, circostanza che il musicista aveva contestato.

Il contesto medico era però molto diverso da quello attuale. Le possibilità terapeutiche erano limitate e i trattamenti potevano essere pesanti, con effetti collaterali importanti e senza le garanzie offerte dalle moderne terapie antivirali. Per questo la diagnosi rappresentò per Anderson qualcosa di molto più grande di un problema di salute: era una minaccia che sembrava poterle sottrarre il futuro. Poi arrivò la svolta.

Circa un decennio dopo quella terribile previsione, la ricerca scientifica offrì una possibilità che sembrava impensabile al momento della diagnosi. Anderson riuscì ad accedere a una nuova terapia e nel 2015 annunciò pubblicamente di essere finalmente libera dall'epatite C. Ma anche la guarigione ebbe un prezzo. A Venezia l'attrice ha raccontato che il trattamento le costò praticamente tutti i risparmi che aveva in banca: un dettaglio che rende ancora più evidente il problema dell'accesso alle cure che, in quegli anni, non erano ancora facilmente disponibili né economicamente sostenibili per tutti.

La gioia per essere guarita si accompagnò quindi a un sentimento più complesso: la consapevolezza di essere stata fortunata mentre altre persone, nelle stesse condizioni, potevano non avere la possibilità di ricevere quella terapia. Per Anderson la fine dell'infezione non ha significato automaticamente la fine del dolore.

L'attrice ha parlato del senso di vergogna e di colpa rimasto dentro di lei per anni, collegandolo anche alle esperienze traumatiche vissute durante l'infanzia. La malattia, insomma, non era scomparsa completamente dalla sua vita con la guarigione fisica: aveva lasciato una traccia nella sua percezione di sé. La Anderson che oggi si presenta al pubblico è molto diversa dalla bomba sexy che negli anni Novanta conquistava milioni di spettatori. Negli ultimi anni ha intrapreso una nuova fase professionale, culminata con il successo di critica ottenuto per The Last Showgirl, interpretazione che le ha portato anche una candidatura al Golden Globe. Nel 2026 ha lavorato nel film diretto da Karim Aïnouz, Rosebush Pruning e a Venezia ha parlato anche dei suoi nuovi progetti cinematografici, tra cui Place to Be. E proprio il lavoro, secondo quanto raccontato dall'attrice, è diventato uno degli strumenti attraverso cui elaborare il proprio passato.

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