Ritorno a Buenos Aires è una storia vera? La verità sul film di Marco Bechis
Ritorno a Buenos Aires è il nuovo film di Marco Bechis, arrivato nelle sale italiane il 17 settembre 2026 dopo il passaggio in concorso alla Mostra di Venezia. Al centro c’è una vicenda di memoria, prigionia e sopravvivenza che inevitabilmente porta a chiedersi quanto ci sia di vero nella storia raccontata sullo schermo
La risposta più corretta è: non è una storia vera in senso strettamente autobiografico, ma nasce da una vicenda reale e profondamente legata all'esperienza personale di Marco Bechis. Il protagonista del film, Mariano Guerra, interpretato da Adriano Giannini, non è infatti la trasposizione cinematografica del regista. Bechis lo ha chiarito parlando del film: la storia di Mariano non coincide con la sua. Eppure il personaggio vive una condizione che il regista conosce direttamente: quella di un uomo sequestrato dalla dittatura argentina, sottoposto alla violenza e costretto, molti anni dopo, a confrontarsi nuovamente con il proprio passato.
Trentatré anni dopo, la distanza temporale non è sufficiente a cancellare ciò che è accaduto. Il ritorno nella capitale argentina significa infatti ritrovare luoghi, persone e soprattutto ricordi che Mariano aveva cercato di lasciare alle spalle. La testimonianza in tribunale diventa così soltanto la parte visibile di un conflitto molto più intimo: quello tra la necessità di raccontare e l'impossibilità di liberarsi completamente di ciò che è stato vissuto.
Ma cosa è successo davvero a Marco Bechis? È qui che la realtà entra nella storia del film. Marco Bechis visse realmente sulla propria pelle la repressione della dittatura argentina. Nel 1977, quando aveva 21 anni, fu sequestrato a Buenos Aires e rinchiuso nel centro clandestino Club Atlético. Fu sottoposto a torture e successivamente riuscì a lasciare l'Argentina, arrivando in Italia. Quell'esperienza non è rimasta confinata alla sua biografia. È diventata una delle matrici fondamentali del suo cinema.
Mariano dunque è un personaggio inventato, interpretato da Adriano Giannini, mentre la materia emotiva e storica proviene anche dall'esperienza diretta del regista. Bechis ha spiegato che scegliere la finzione gli ha permesso di avvicinarsi a una verità che una semplice ricostruzione autobiografica non avrebbe necessariamente restituito. Anche il libro La solitudine del sovversivo, pubblicato nel 2021, rappresenta un tassello importante di questo percorso personale. Bechis ha trasformato negli anni la propria esperienza in diverse forme artistiche, passando dal cinema alla scrittura autobiografica.
In Ritorno a Buenos Aires, però, quella esperienza viene filtrata attraverso un altro uomo. È proprio questa distanza a consentire al regista di raccontare non soltanto ciò che è accaduto a lui, ma una condizione più universale: quella del sopravvissuto che deve decidere se e come testimoniare. Il vero centro del film è la memoria. Non sorprende quindi che proprio Giannini abbia ottenuto il Premio Pasinetti come miglior attore protagonista a Venezia, mentre il film ha ricevuto il Pasinetti per il miglior film italiano.