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Robert De Niro ha pronunciato la frase più bella del cinema italiano: il segreto dietro le parole di Noodles

Bastano quattro parole per racchiudere un mondo di ricordi, rimpianti e occasioni perdute. In C’era una volta in America, Robert De Niro pronuncia una battuta diventata leggendaria, ma dietro la sua apparente semplicità si nasconde un enigma che attraversa il cinema di Sergio Leone e arriva fino alla letteratura di Marcel Proust.

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Ci sono dialoghi che restano impressi nella memoria degli spettatori anche a distanza di decenni. E non hanno neanche bisogno di spiegazioni, né di lunghe dichiarazioni per lasciare il segno: a volte basta una risposta pronunciata quasi sottovoce, con il peso di un'intera esistenza alle spalle. È quello che accade in C’era una volta in America, il capolavoro diretto da Sergio Leone nel 1984, quando Robert De Niro consegna alla storia una frase breve, ma ricca di significati: "Sono andato a letto presto".

Per molti appassionati è una delle battute più belle mai ascoltate in un film italiano, nonostante la sua l'origine è priva ci certezze. Chi ha avuto davvero l'intuizione di scriverla? È nata dalla fantasia di uno sceneggiatore, è stata ripresa da un altro film oppure nasconde un riferimento letterario? La risposta più affascinante potrebbe trovarsi in un libro lontano dal mondo dei gangster, ma vicinissimo al tema centrale della pellicola di Leone: il tempo perduto.

In C’era una volta in America, De Niro interpreta David Aaronson, detto Noodles, un uomo che porta con sé le cicatrici di un passato difficile. La storia segue la sua esistenza attraverso differenti periodi, dall'adolescenza trascorsa nei quartieri popolari di New York fino all'età adulta, tra amicizie, ambizioni criminali, tradimenti e perdite irreparabili. Accanto a lui c'è Maximilian Bercovicz, chiamato Max e interpretato da James Woods, amico fraterno con cui condivide sogni e progetti destinati a trasformarsi in qualcosa di molto più oscuro. Ma il film non è soltanto una saga criminale: è soprattutto un viaggio nella memoria, dove il presente si intreccia continuamente con ciò che è stato e con ciò che forse non potrà mai essere recuperato.

Una scena di C'era una volta in America - Fonte: Titanus

È in questo contesto che assume un significato particolare la scena del ritorno di Noodles. Dopo circa trentacinque anni lontano dalla città, l'uomo ricompare nei luoghi della propria giovinezza. Morris, detto Fat Moe, interpretato da Larry Rapp, gli domanda che cosa abbia fatto durante tutta quella lunga assenza. La replica è disarmante nella sua semplicità: "Sono andato a letto presto". Nessuna confessione, nessuna spiegazione articolata, nessun tentativo di raccontare ciò che è accaduto. La frase sembra liquidare la domanda, ma proprio questa apparente banalità la rende memorabile. Noodles ha attraversato decenni di separazioni, dolore e ricordi, eppure sceglie di rispondere con parole che non rivelano quasi nulla. Oppure, forse, rivelano molto più di quanto sembri.

Per comprendere la fortuna della battuta bisogna allontanarsi momentaneamente dal film di Leone e tornare indietro di quasi vent'anni, fino a un altro classico del cinema italiano: Per qualche dollaro in più, diretto da Sergio Leone nel 1965.Nel western con Clint Eastwood e Gian Maria Volonté compare infatti una risposta costruita su un'idea sorprendentemente simile. Quando gli viene chiesto dove stia andando, il personaggio interpretato da Eastwood spiega che deve riposare: la sera prima di dover sparare, preferisce coricarsi presto.

Una somiglianza che ha alimentato interrogativi sull'origine della battuta di Noodles. Il film del 1965 era stato sceneggiato da Luciano Vincenzoni, autore di grande importanza per il cinema italiano e collaboratore di Leone. È dunque possibile che l'idea sia passata da un western all'altro, trasformandosi nel corso degli anni? L'ipotesi è suggestiva, ma non basta a risolvere il caso. Le due frasi presentano una parentela evidente, senza che questo dimostri automaticamente chi abbia introdotto per primo la formulazione poi diventata celebre in C’era una volta in America.

La questione è stata affrontata anche in una riflessione pubblicata nel 2013 sul settimanale Sette del Corriere della Sera, che ha riportato l'attenzione sulle diverse possibili attribuzioni. Un piccolo giallo cinematografico, insomma, nel quale gli indizi sembrano condurre in più direzioni. La pista più affascinante conduce alla letteratura francese e a uno degli autori più importanti del Novecento: Marcel Proust. Il suo monumentale ciclo narrativo Alla ricerca del tempo perduto si apre con una frase che richiama direttamente quella pronunciata da De Niro. Nell'originale francese si legge: "Longtemps, je me suis couché de bonne heure", traducibile come "Per molto tempo sono andato a letto presto". La somiglianza non è soltanto lessicale. Il riferimento a Proust sembra dialogare perfettamente con i temi del film di Leone, costruito attorno ai ricordi e alla difficoltà di distinguere quest'ultimi dai rimpianti. Il tempo trascorso non è semplicemente una successione di anni: è una materia che ritorna, si trasforma e condiziona il presente.

Se letta attraverso questa chiave, la risposta di Noodles acquista una profondità ulteriore. Alla domanda su che cosa abbia fatto per decenni, il protagonista non offre un resoconto degli avvenimenti. Pronuncia invece parole che sembrano provenire da un universo letterario nel quale il passato riaffiora attraverso dettagli apparentemente insignificanti.

Ma il segreto della frase non dipende soltanto dalla sua possibile origine letteraria. Conta soprattutto il modo in cui si inserisce nell'opera di Sergio Leone. In C’era una volta in America, il tempo non procede in linea retta: passato e presente si sovrappongono, mentre i ricordi assumono contorni incerti. Noodles è un uomo che ritorna fisicamente nei luoghi della propria storia, ma non può recuperare ciò che ha perduto. La sua risposta è quasi una provocazione: dopo una vita intera, sembra non avere nulla da raccontare. Ed è proprio qui che la recitazione di De Niro fa la differenza. L'attore non trasforma la battuta in una dichiarazione solenne. La pronuncia con apparente naturalezza, lasciando che sia lo spettatore a intuire il peso di ciò che non viene detto.

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