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"Sembra lo spin-off di Hunger Games": il film semi sconosciuto che devi riscoprire

Sono il Numero Quattro è il film del 2011 che poteva essere il nuovo Hunger Games, e invece si è fermato a un solo capitolo.

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Il genere young adult ha prodotto alcune delle saghe più redditizie degli ultimi vent'anni. Twilight, Hunger Games, Divergent, The Maze Runner: franchise costruiti su protagonisti adolescenti con abilità speciali, destini sovrumani e amori impossibili, ciascuno capace di mobilitare un pubblico enorme e fidelizzato. Per ogni saga che è decollata, però, ce ne sono almeno tre rimaste al palo dopo un solo capitolo. Sono il Numero Quattro appartiene a questa seconda categoria: un film del 2011 con tutte le premesse per diventare la prossima ossessione generazionale, un cast giovane promettente, una mitologia originale e un universo narrativo già pronto per espandersi. Non andò così. E la storia di come una saga con il materiale giusto abbia mancato il bersaglio ha ancora qualcosa di istruttivo da raccontare.

Alex Pettyfer e Teresa Palmer in una scena di Sono il Numero Quattro (2011). ©Touchstone Pictures, Dreamworks Pictures (MoviestillDB)

John Smith, alias il Numero Quattro

La storia ruota attorno a John Smith, interpretato da Alex Pettyfer, un ragazzo apparentemente normale che vive cambiando continuamente identità insieme al suo guardiano Henri, affidato a Timothy Olyphant. In realtà John è uno degli ultimi sopravvissuti del pianeta Lorien, distrutto dai Mogadoriani, una razza aliena determinata a eliminare i giovani Loric nascosti sulla Terra. La particolarità della caccia è brutale nella sua semplicità: i sopravvissuti possono essere uccisi solo seguendo un ordine numerico preciso. I primi tre sono già morti, e John è il Numero Quattro. Il film è l'adattamento del primo romanzo della saga Lorien Legacies, firmata da Pittacus Lore, pseudonimo dietro cui si nascondono gli autori James Frey e Jobie Hughes. Alla regia c'era D.J. Caruso, con Michael Bay in veste di produttore.

Tra Twilight e Smallville: troppi riferimenti, poca identità

La premessa aveva molti ingredienti sulla carta. C'era il romance scolastico con Sarah, interpretata da Dianna Agron, c'erano i poteri da scoprire, c'era la mitologia aliena da espandere, e c'era l'arrivo della combattiva Numero Sei di Teresa Palmer, che apriva la porta a un racconto corale. Il problema è che il film non riuscì mai a trasformare questi elementi in qualcosa di riconoscibile come proprio. I paragoni erano inevitabili: Twilight per la componente romantica, Smallville per il ragazzo con poteri nascosto in una cittadina americana, Marvel e DC per la struttura da squadra di giovani eroi. Questa somma di riferimenti, però, finì per diventare un limite: sembrava costruito per intercettare mode già esistenti, senza riuscire a imporne di nuove.

Quello che la critica non perdonò

La critica accolse il film con freddezza. Sono il Numero Quattro fu accusato soprattutto di sembrare un prodotto assemblato per cavalcare il boom del genere, senza un'identità abbastanza forte da distinguersi dalla concorrenza. Non era abbastanza dark da competere con le distopie più riuscite, non abbastanza romantico da soddisfare pienamente il pubblico di Twilight, non abbastanza spettacolare da reggere il confronto con i cinecomic. Ogni filone che cercava di toccare era presidiato da titoli più forti, e il risultato era quello di un film che prometteva un grande universo narrativo senza riuscire a costruirne uno davvero riconoscibile. Il finale aperto e la quantità di materiale disponibile lasciavano intuire qualcosa di più grande, ma la prima porta d'accesso non aveva convinto abbastanza.

Al botteghino non bastò

Gli incassi non furono disastrosi, ma nemmeno sufficienti a far decollare il progetto come nuovo franchise cinematografico. Con un budget importante e un risultato globale dignitoso, il film rimase in quella zona grigia dei titoli che non falliscono del tutto ma non esplodono abbastanza da convincere gli studios a investire su un secondo capitolo. Era la stessa trappola in cui erano caduti altri adattamenti young adult dello stesso periodo. Un pubblico di base presente, ma non abbastanza compatto da generare il passaparola che trasforma un debutto in un fenomeno. Così, nonostante l'apertura narrativa del finale e la quantità di materiale letterario già disponibile, il percorso cinematografico di Sono il Numero Quattro si fermò dopo un solo film. Sul grande schermo, il franchise restò una promessa non mantenuta.

I libri: una saga che ha fatto da sola

Sul fronte letterario, la storia prese tutt'altra piega. Dopo il primo romanzo arrivarono altri sei capitoli: Il potere del numero sei, La vendetta del numero nove, La sfida del numero cinque, Il ritorno del numero sette, Il destino del numero dieci e Tutti per uno, costruendo un arco narrativo molto più ampio di quello abbozzato dal film. I romanzi espandono il gruppo dei sopravvissuti di Lorien, introducono nuovi personaggi, nuovi poteri e alleanze sempre più complesse, spostando progressivamente la storia dal racconto di formazione individuale a una vera guerra tra mondi. Ogni giovane Loric possiede abilità differenti, i cosiddetti Legacies, e il fascino del racconto sta anche nel modo in cui questi poteri emergono e cambiano gli equilibri tra i personaggi.

Il potenziale sprecato di una storia corale

È difficile non chiedersi cosa sarebbe potuto diventare Sono il Numero Quattro con un formato diverso. In un panorama dominato da universi condivisi e serie ad alto budget, la struttura corale della saga avrebbe trovato una forma molto più naturale in televisione o in streaming. Giovani eroi dall'identità segreta, abilità differenziate, una minaccia aliena su scala globale: ingredienti che distribuiti in più episodi avrebbero avuto spazio per respirare davvero. I libri dimostrano che dietro quel primo capitolo c'era molto più di quanto il cinema sia riuscito a raccontare. La sensazione che rimane è quella di un'occasione mancata: una saga con il DNA giusto per crescere, arrivata forse nel momento sbagliato, con la forma sbagliata, incapace di distinguersi da modelli più forti in un mercato che non aspettava nessuno.

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