Space Cowboys, la pellicola cult di Clint Eastwood in tv: avventura nello spazio over 70

Nel 2000 il regista di Gli spietati e Un mondo perfetto firmò il suo unico film di fantascienza — e lo fece a modo suo, senza cedere nulla al genere.

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Un western travestito da film spaziale

Clint Eastwood non ha mai fatto mistero di cosa lo interessa davvero: gli uomini che invecchiano, le promesse non mantenute, il costo morale delle scelte. Erano i temi de Gli spietati nel 1992, de Un mondo perfetto nel 1993, dei Ponti di Madison County nel 1995. Quando nel 2000 arrivò Space Cowboys, il genere cambiò sulla carta — fantascienza, effetti speciali, orbite e satelliti — ma la sostanza rimase la stessa. Eastwood portò il western nello spazio, e non lo fece per caso.

La storia è nota: quattro ex piloti dell'Air Force, scartati nel 1958 quando la NASA prese il controllo del programma spaziale americano, vengono richiamati in servizio quarant'anni dopo per riparare un satellite russo in avaria. Frank Corvin (Eastwood), Hawk Hawkins (Tommy Lee Jones), Jerry O'Neill (Donald Sutherland) e Tank Sullivan (James Garner) sono i protagonisti — settantenni con acciacchi, rancori e un conto aperto con il cielo. Il satellite è il pretesto. La vera storia è il riscatto.

L'unica incursione di Eastwood nella SciFi

Vale la pena fermarsi su un dato: Space Cowboys è l'unico film di fantascienza nella filmografia di Eastwood, che a quel punto contava già oltre trenta titoli tra recitazione e regia. Non è un dettaglio marginale. Registi della sua generazione e del suo calibro — Spielberg, Coppola, De Palma — avevano tutti esplorato il genere in modi diversi. Eastwood no. E quando lo fece, scelse una fantascienza che guardava indietro, non in avanti.

Non ci sono alieni, non c'è tecnologia futuristica, non c'è la meraviglia cosmica che alimenta il genere dai tempi di 2001: Odissea nello spazio. Il satellite da riparare è obsoleto, i protagonisti sono anziani, la NASA del film è una burocrazia cinica che usa i vecchi piloti come strumento di ripiego. Eastwood girò con la piena collaborazione della NASA reale — le riprese si svolsero al Johnson Space Center di Houston e al Kennedy Space Center di Orlando — e quella credibilità tecnica serve esattamente a tenere il film ancorato a terra, anche quando i personaggi salgono in orbita.

Quello che il film dice sul genere

Space Cowboys uscì nell'agosto del 2000 e incassò oltre 90 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, a fronte di un budget di 65 milioni. Venne presentato alla 57ª Mostra di Venezia come film d'apertura, la stessa edizione in cui Eastwood ricevette il Leone d'Oro alla carriera. La critica lo accolse con calore, riconoscendo che il regista aveva trovato un modo personale e inaspettato di stare dentro un genere che non gli apparteneva.

La sceneggiatura di Ken Kaufman e Howard Klausner costruisce le sequenze spaziali con rigore, ma le usa come cornice per qualcosa che la fantascienza tradizionale raramente affronta: cosa significa arrivare troppo tardi a un sogno. Eastwood non è interessato allo spazio come frontiera da conquistare — quella retorica appartiene a un'altra stagione del cinema americano. Lo spazio, in questo film, è il luogo dove quattro uomini smettono finalmente di aspettare. La sigla finale, Fly Me to the Moon cantata da Frank Sinatra, chiude il cerchio con una precisione che vale più di qualsiasi effetto visivo.

Questa sera alle 21.15 su Iris

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