Stasera in TV, Don Camillo: Fernandel e Gino Cervi nella storia che spopolò al botteghino nel 1952
Don Camillo del 1952 con Fernandel è al 7° posto dei film italiani più visti. La storia del parroco e Peppone che ha conquistato generazioni di spettatori.
Ci sono pellicole che attraversano i decenni senza perdere un grammo del loro fascino. Don Camillo è una di queste. Uscito nel 1952 per la regia del francese Julien Duvivier, il film resta ancora oggi al settimo posto nella classifica dei film italiani più visti di tutti i tempi. Un risultato straordinario per un'opera che ha ormai superato i settant'anni, continuando a conquistare generazioni di spettatori con la sua miscela unica di commedia, umanità e riflessione sociale. L'appuntamento è per stasera, su Rete 4, alle 21.30.
La storia è ambientata a Brescello, provincia di Reggio Emilia, un piccolo mondo dove si consuma quotidianamente il duello tra due figure apparentemente inconciliabili: don Camillo, il parroco dal carattere irascibile ma dal cuore generoso, e Peppone, il sindaco comunista, rude e testardo ma fondamentalmente buono. Entrambi rappresentano le anime politiche e ideologiche dell'Italia del dopoguerra, un paese diviso tra Chiesa e sinistra, tradizione e modernità, campanile e sezione di partito.
Eppure, nonostante gli scontri verbali, le provocazioni e i dispetti reciproci, i due finiscono sempre per trovare un punto d'incontro. Perché sotto la superficie delle ideologie c'è qualcosa di più profondo: il bene della comunità, l'affetto per quella terra e per quelle persone che entrambi, ciascuno a modo suo, vogliono proteggere. Don Camillo dialoga con il Cristo crocifisso della sua chiesa, che gli fa da consigliere e coscienza critica. Peppone stringe i pugni davanti al manifesto di Stalin, ma poi si commuove quando nascono i suoi figli. Sono uomini veri, contraddittori, riconoscibili.
Il film è liberamente ispirato ai racconti di Giovannino Guareschi, raccolti nel volume "Mondo piccolo" pubblicato nel 1948. Guareschi aveva creato questi personaggi attingendo dalla sua esperienza diretta: conosceva bene la pianura padana, i suoi ritmi, le sue tensioni politiche, quel mix esplosivo di fede cattolica e idealismo comunista che caratterizzava molti paesi del Nord Italia. I suoi racconti, pubblicati inizialmente sul settimanale Candido, avevano già conquistato i lettori. Il passaggio al cinema fu naturale, quasi inevitabile.
Per interpretare don Camillo venne scelto Fernandel, attore francese dal volto inconfondibile e dal talento comico straordinario. La sua capacità di passare dal grottesco al patetico, dalla gag fisica alla malinconia, si rivelò perfetta per dare vita al parroco più famoso del cinema italiano. Al suo fianco, Gino Cervi vestì i panni di Peppone con un'intensità e una credibilità che ne fecero un'icona. Cervi portò sullo schermo tutta la dignità operaia, la fierezza politica e l'umanità nascosta del sindaco comunista. L'alchimia tra i due attori fu magistrale, tanto che il loro sodalizio proseguì in ben quattro sequel.
Il primo Don Camillo fu campione d'incassi della stagione 1952-53. Il pubblico italiano si riconobbe in quelle storie, in quei paesaggi, in quelle dinamiche. Era l'Italia che usciva dalle macerie della guerra, che cercava di ricostruire non solo le case ma anche il tessuto sociale. Un'Italia dove ci si scontrava duramente ma ci si rispettava, dove le differenze erano nette ma non impedivano la convivenza. Il film riuscì a raccontare tutto questo con leggerezza, senza retorica, con un sorriso amaro ma mai cinico.
Oggi Don Camillo continua a essere trasmesso in televisione, a essere riscoperto da chi non lo conosceva e rivisto con affetto da chi ci è cresciuto. La sua capacità di parlare al cuore delle persone, di far ridere e commuovere, di raccontare l'Italia senza ipocrisie, lo rende un classico intramontabile. Settant'anni dopo, quel parroco e quel sindaco sono ancora lì, a Brescello, a ricordarci che le differenze possono essere una ricchezza, se c'è rispetto. E che il buon senso, alla fine, vince sempre.