Stasera in TV, Gli spietati: il western, tratto da una storia vera, in cui Clint Eastwood demolisce il mito del cowboy
Gli spietati di Clint Eastwood: analisi del capolavoro western del 1992 che ha vinto 4 Oscar ridefinendo il genere con una visione cruda e anti-eroica.
C'è un momento, nel cinema americano, in cui il mito del West si è guardato allo specchio e non si è riconosciuto. Quel momento porta la firma di Clint Eastwood e si chiama Gli spietati, un film del 1992 che ha fatto molto di più che vincere quattro statuette agli Oscar: ha riscritto le regole di un genere che sembrava ormai consegnato alla polvere della nostalgia. L'appuntamento è per stasera, su Iris, alle 21.15.
William Munny non è l'eroe che ti aspetti. È un ex pistolero che puzza di maiali, che fatica a salire a cavallo, che trema quando impugna un fucile. La redenzione che aveva trovato grazie alla moglie defunta è una coperta troppo corta per proteggerlo dal freddo della povertà. Quando un gruppo di prostitute mette una taglia sulla testa di due cowboy che hanno sfregiato una di loro, Munny accetta. Non per giustizia, non per onore. Per soldi. Perché ha due figli da sfamare e una fattoria che cade a pezzi.Eastwood, che oltre a dirigere interpreta Munny, costruisce il film su una contraddizione dolorosa: la violenza come unica competenza rimasta a un uomo che vorrebbe dimenticarla. Al suo fianco ci sono Morgan Freeman nei panni di Ned Logan, l'amico fedele che pagherà il prezzo più alto, e un giovane pistolero chiamato semplicemente il Kid, interpretato da Jaimz Woolvett, che scoprirà quanto sia facile vantarsi di uccidere e quanto devastante farlo davvero.
Ma il vero capolavoro di recitazione arriva da Gene Hackman, che vince l'Oscar come miglior attore non protagonista per il ruolo dello sceriffo Little Bill Daggett. È un personaggio che incarna la banalità del male: costruisce la sua casa con le proprie mani, applica la legge con meticolosità burocratica, tortura con la stessa freddezza con cui si pulisce gli stivali. Hackman dichiarò in seguito che Gli spietati sarebbe stato il suo ultimo western, non perché non amasse il genere, ma perché dopo quel ruolo non c'era più nulla da dire.
Il film nasce da una sceneggiatura di David Webb Peoples che era rimasta nel cassetto per anni, considerata troppo cupa, troppo lenta, troppo poco commerciale. Eastwood la lesse e aspettò. Aspettò di avere l'età giusta per interpretare Munny, aspettò di avere il peso esistenziale necessario per dare corpo a quella storia. E quando finalmente girò il film, lo dedicò ai suoi maestri: Sergio Leone e Don Siegel, i registi che avevano forgiato la sua carriera.La fotografia di Jack N. Green trasforma il Wyoming in un paesaggio lunare, dove la bellezza è sempre minacciosa e la luce è sporca di polvere. Le scene di violenza non sono coreografie acrobatiche ma esecuzioni brutali, scomposte, dove i corpi cadono male e la morte non ha nulla di poetico. Fino al finale, quando Munny torna a essere il demone che era, e la macchina da presa lo segue mentre entra nel saloon di Big Whiskey come un angelo sterminatore. "Ho ucciso donne e bambini", dice. "Ho ucciso tutto ciò che camminava o strisciava. E ora sto per uccidere te".
Gli spietati incassò oltre 150 milioni di dollari in tutto il mondo e vinse quattro Oscar: miglior film, miglior regista, miglior attore non protagonista e miglior montaggio. Ma il suo vero lascito non sta nelle statuette. Sta nell'aver mostrato che il western non era morto, aveva solo bisogno di smettere di mentire. Di raccontare che l'Ovest non fu una terra di eroi ma di uomini disperati, che la giustizia era spesso un alibi e che la violenza non redime mai davvero, lascia solo cicatrici.