Stasera in TV, Killers of the Flower Moon: DiCaprio, De Niro e una tribù sterminata per il petrolio
Killers of the Flower Moon di Scorsese stasera su Rai Movie alle 21:10. Il capolavoro di 3 ore e mezza con DiCaprio e De Niro sulla tragedia degli Osage.
Quando Martin Scorsese decide di dedicare tre ore e mezza alla narrazione di una storia, non si tratta mai di un capriccio autoriale. Killers of the Flower Moon, in onda stasera su Rai Movie alle 21:10, rappresenta uno dei progetti più ambiziosi della carriera del maestro italoamericano, un affresco storico che scava nelle viscere più oscure del sogno americano.
Il film ci porta nell'Oklahoma degli anni Venti, quando la scoperta del petrolio sotto le terre della tribù Osage trasforma improvvisamente i nativi americani in alcune delle persone più ricche del continente. Una fortuna che si rivela una maledizione. Perché dove c'è ricchezza improvvisa, dove c'è vulnerabilità giuridica e razzismo sistemico, arrivano i predatori.
La trama si sviluppa su due binari paralleli che si intrecciano in modo magistrale. Da un lato seguiamo l'investigazione di Tom White, giovane agente dell'FBI interpretato da Jesse Plemons, che guida un gruppo di investigatori per scoprire chi si nasconde dietro una serie brutale di omicidi. Dall'altro entriamo nella vita di Ernest Burkhart, portato sullo schermo da Leonardo DiCaprio, un uomo la cui relazione con Mollie, donna Osage interpretata dalla straordinaria Lily Gladstone, diventa il cuore pulsante e tragico dell'intera narrazione.
DiCaprio e Robert De Niro, che interpreta lo zio di Ernest, formano una coppia criminale che Scorsese conosce bene, ma qui il registro è diverso. Non c'è la spettacolarizzazione della violenza mafiosa di Goodfellas, non c'è l'adrenalina di Casinò. C'è invece la lenta, metodica, agghiacciante banalità del male quando si veste di quotidianità familiare.
Il film esplora con lucidità chirurgica temi di corruzione, ingiustizia razziale e la nascita dell'FBI come forza investigativa moderna. Ma soprattutto racconta come l'avidità possa trasformare esseri umani in mostri, come il colonialismo americano non si sia fermato alle guerre indiane ma si sia perpetuato attraverso mezzi più subdoli e legalmente ammantati.
La produzione ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, tra cui quelle per Miglior Film, Miglior Regia per Martin Scorsese e Miglior Attrice per Lily Gladstone, che con la sua interpretazione sobria e devastante ha conquistato critica e pubblico. Una performance che restituisce dignità e voce a una comunità troppo spesso relegata ai margini della narrazione storica americana.
Scorsese, affiancato dal suo fedele direttore della fotografia Rodrigo Prieto, costruisce un western crepuscolare dove la frontiera non è più quella geografica ma quella morale. Ogni inquadratura respira la vastità delle pianure dell'Oklahoma, ma anche la claustrofobia di una comunità intrappolata in un incubo dal quale non può risvegliarsi.
La durata del film, tre ore e mezza, non è un ostacolo ma una necessità narrativa. Scorsese ha bisogno di tempo per costruire il mondo degli Osage, per farci entrare nelle loro case, per rendere tangibile la loro umanità prima che la tragedia si abbatta su di loro. Ha bisogno di tempo per mostrare come il male si insinui lentamente, come le relazioni si corrompano, come la fiducia venga tradita.
Il cast corale include anche Tantoo Cardinal, John Lithgow e Brendan Fraser, ognuno dei quali porta il proprio contributo a un mosaico narrativo complesso e stratificato. La sceneggiatura, adattata dal libro di David Grann, non semplifica mai, non cerca scorciatoie emotive, non tradisce la complessità storica degli eventi.
Questo è cinema che chiede attenzione, pazienza, disponibilità a immergersi completamente in un'epoca e in una storia che molti americani preferirebbero dimenticare. È un film che parla di giustizia negata, di vite spezzate per il profitto, di un capitolo oscuro della storia americana che l'FBI stessa ha contribuito a insabbiare per decenni.