Stasera in TV, King Arthur: la vera storia di Artù che nessuno aveva mai raccontato
King Arthur 2004 di Antoine Fuqua racconta re Artù come comandante romano, non leggenda britannica. Un film storico che riscrive il mito.
Dimenticatevi tutto quello che credete di sapere su re Artù. Niente Merlino, niente magia, niente Camelot fiabesca. Nel 2004, il regista Antoine Fuqua ha preso la leggenda più celebre della storia britannica e l'ha ribaltata come un calzino, restituendoci un Artù che probabilmente gli storici riconoscerebbero: un comandante romano di origine sarmata, di nome Artorius Castus, che combatte nell'Britannia del V secolo mentre l'Impero Romano sta crollando.
King Arthur non è il solito racconto cavalleresco. Ambientato in un'epoca di transizione violenta, il film ci porta nel momento esatto in cui Roma abbandona la Britannia alle invasioni sassoni. Clive Owen interpreta Arthur, non come un re leggendario ma come un ufficiale militare stanco, a capo di un gruppo di cavalieri sarmati che hanno servito l'Impero per quindici lunghi anni. La loro ricompensa? La libertà. Ma come spesso accade nella storia, c'è sempre un'ultima missione.
L'ordine arriva dall'alto: evacuare una famiglia romana importante dal nord del Vallo di Adriano prima che le orde sassoni la raggiungano. Una missione suicida, praticamente. Durante questo viaggio disperato, Arthur e i suoi uomini si imbattono in qualcosa che cambierà tutto: una giovane donna di nome Ginevra e suo fratello Lucan, prigionieri e torturati. La decisione di liberarli non è strategica, è umana. Ed è questo che rende il film interessante.
Keira Knightley interpreta una Ginevra che non ha nulla a che vedere con la dama cortese della tradizione medievale. Qui è una guerriera pitto-britannica, con l'arco in mano e la rabbia negli occhi. Una figura che ha fatto discutere parecchio, tanto che la Disney, produttrice del film, avrebbe voluto limitare alcune scene ritenute troppo audaci. Il regista Antoine Fuqua, durante le riprese, ha espresso pubblicamente la sua insoddisfazione per le interferenze dello studio, che hanno costretto a compromessi sulla sua visione originale.
Il cast di King Arthur è solido: accanto a Owen e Knightley troviamo Stellan Skarsgard nei panni del capo sassone e persino Ivano Marescotti, volto noto del cinema italiano. La regia di Fuqua, reduce dal successo di Training Day, porta sul grande schermo battaglie sporche e viscerali, lontane dalla coreografia pulita dei film fantasy. Le scene di combattimento sul Vallo di Adriano sono state girate con l'intenzione di restituire la brutalità del conflitto, il fango, il sangue, la paura.
Il film, con i suoi 130 minuti di durata, ha ricevuto quattro premi e otto nomination, un riconoscimento che testimonia l'ambizione del progetto. Ma King Arthur divide: c'è chi apprezza il tentativo di ancorare la leggenda alla storia reale, di mostrare un'epoca di caos e transizione dove uomini comuni compiono gesta straordinarie non per magia ma per coraggio. E c'è chi rimpiange la dimensione fiabesca, il mistero arturiano che qui viene quasi completamente eliminato.
Quello che Fuqua ha cercato di fare è raccontare la genesi di un mito. Come nasce una leggenda? Da uomini reali, probabilmente. Da eventi storici che con il tempo vengono ingigantiti, abbelliti, trasformati. Il V secolo è il periodo perfetto per questa operazione: poche fonti scritte, molta confusione politica, un vuoto di potere che crea spazio per figure carismatiche. Artorius Castus, il personaggio storico su cui si basa il film, è documentato in alcune fonti come un comandante romano di origine sarmata. Da lì a re Artù, il passo è lungo ma affascinante.
Il film fa anche una scelta coraggiosa nel rappresentare i cavalieri come soldati stanchi, disillusi, che hanno combattuto per un impero che non li considera nemmeno cittadini. Sono mercenari a tutti gli effetti, legati più dalla fratellanza forgiata in battaglia che da ideali cavallereschi. L'ultimo atto, con la battaglia finale contro i sassoni, diventa una scelta esistenziale: fuggire verso la libertà promessa o restare a difendere una terra che non è la loro ma che è diventata casa.
King Arthur è uscito in un periodo particolare per il cinema epico. Il successo de Il Gladiatore aveva riaperto le porte ai kolossal storici, e Hollywood stava cercando di cavalcare l'onda. Non tutti i tentativi sono riusciti, e questo film si posiziona in una zona grigia: troppo storico per chi cercava fantasy, troppo romanzato per gli amanti del rigore filologico. Eppure, a distanza di vent'anni, resta un tentativo interessante di raccontare diversamente una storia che credevamo di conoscere.
Se capiterà di vederlo in programmazione, come su Canale 20 di Mediaset, alle 21.10, vale la pena dargli una chance. Non aspettatevi la Tavola Rotonda o la spada nella roccia. Aspettatevi fango, acciaio e uomini che cercano di sopravvivere in un mondo che sta finendo. Forse è questo, in fondo, il vero spirito di re Artù: non un re predestinato, ma un uomo che sceglie di fare la cosa giusta quando sarebbe più facile voltarsi dall'altra parte.