Stasera in TV, The Ring: il film giapponese che ha terrorizzato il pubblico, prima del remake americano

The Ring (1998) di Hideo Nakata: la storia della videocassetta maledetta che ha rivoluzionato l'horror giapponese e mondiale, dando vita alla J-horror wave.

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Nel 1998, il regista Hideo Nakata portava sugli schermi giapponesi un film destinato a ridefinire i confini dell'horror contemporaneo. Ringu non era semplicemente un altro film di paura: era l'inizio di una rivoluzione che avrebbe attraversato gli oceani, influenzato Hollywood e trasformato per sempre il modo di concepire il terrore cinematografico. L'appuntamento è per stasera, alle 21.00 su Italia 2.

Tratto dai romanzi di Koji Suzuki, Ringu racconta la storia di una misteriosa videocassetta che porta con sé una maledizione letale. Chiunque la guardi riceve una condanna a morte che si compirà esattamente sette giorni dopo la visione. Non c'è violenza esplicita, non ci sono jumpscare gratuiti. Solo un'atmosfera di angoscia crescente che si insinua sotto la pelle come un veleno lento.

La protagonista è Reiko Asakawa, interpretata da Nanako Matsushima, una giornalista che decide di indagare sulla morte misteriosa della nipote. Quattro giovani perdono la vita nello stesso istante, in luoghi diversi, in circostanze inspiegabili. Il filo conduttore è quella videocassetta, un oggetto apparentemente innocuo che diventa il veicolo di un male ancestrale.

Ringu (The Ring) - Prime Video



Ciò che rende Ringu un capolavoro del genere è proprio la sua capacità di trasformare un oggetto quotidiano in fonte di terrore assoluto. Nel 1998 le videocassette erano parte integrante della vita domestica di milioni di persone. Nakata sfrutta questa familiarità per ribaltarla in paura: il televisore, il videoregistratore, la staticità dello schermo diventano portali verso l'incubo.

Il film dura 95 minuti ma costruisce la tensione con pazienza millimetrica. Non c'è fretta di mostrare, di spiegare, di rassicurare lo spettatore. L'horror giapponese, quello autentico che Ringu rappresenta al meglio, lavora sull'ambiguità, sul non detto, sulle ombre che si allungano negli angoli della percezione. La paura non esplode: si deposita, strato dopo strato, fino a soffocarti.

Insieme a Nanako Matsushima, il cast include Hiroyuki Sanada e Rikiya Otaka, che contribuiscono a costruire un triangolo familiare reso fragile dalla minaccia incombente. Reiko non indaga solo per dovere professionale: è lei stessa in pericolo, ha guardato la videocassetta, il countdown è iniziato. La corsa contro il tempo diventa disperata quando anche suo figlio viene coinvolto nella maledizione.

Il successo di Ringu in Giappone fu immediato e travolgente. Il film diede il via a quella che venne definita la J-horror wave, un'ondata di produzioni horror giapponesi che conquistarono prima l'Asia e poi l'Occidente. Nel 2002, Hollywood ne realizzò un remake diretto da Gore Verbinski con Naomi Watts protagonista, rinominandolo semplicemente The Ring. Il film americano ebbe successo commerciale, ma per molti appassionati l'originale giapponese mantiene una forza evocativa superiore.

La differenza sta nell'approccio culturale. Mentre Hollywood tende a esplicitare, a mostrare, a chiudere ogni anello narrativo, il cinema horror giapponese lascia porte aperte, domande senza risposta, presenze che non si manifestano del tutto. Ringu attinge alla tradizione dei kaidan, i racconti di fantasmi giapponesi, dove gli spiriti non sono semplici mostri da sconfiggere ma entità cariche di dolore, rabbia, ingiustizia irrisolta.

La videocassetta di Ringu contiene immagini disturbanti, frammentarie, quasi oniriche. Non hanno una logica lineare: sono visioni che penetrano nella mente e vi rimangono, come ricordi di un incubo mai vissuto. E al centro di tutto c'è Sadako, la figura spettrale che emerge dal pozzo, con i capelli neri che le coprono il volto. Un'icona dell'horror che è entrata nell'immaginario collettivo globale.

Hideo Nakata dimostrò con questo film una maestria registica che fonde tecnica e intuizione. La fotografia è fredda, quasi asettica, ma proprio questa neutralità apparente amplifica il disagio. I suoni sono minimali, essenziali: il silenzio diventa una presenza opprimente. Non serve una colonna sonora roboante quando il terrore nasce dall'attesa, dal sapere che qualcosa sta per accadere senza poter fare nulla per fermarlo.

Ringu fu solo il primo capitolo di una trilogia, seguita da sequel e prequel che esplorarono ulteriormente la mitologia di Sadako e della videocassetta maledetta. Ma è questo primo film, uscito nel 1998, a rimanere il punto di riferimento, l'opera che ha definito gli standard.

Guardare Ringu oggi significa immergersi in un horror che ha fatto scuola, che ha dimostrato come la paura più efficace non sia quella che ti salta addosso urlando, ma quella che si siede accanto a te e aspetta. È un film che parla la lingua universale del terrore ancestrale, quello che non ha bisogno di effetti speciali ma solo di una storia ben raccontata, di un'atmosfera costruita con cura ossessiva, di un'idea semplice e devastante: e se bastassero sette giorni per morire, dopo aver visto qualcosa che non avresti mai dovuto vedere?

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