Stasera in TV, The Wrestler: il film fece vincere il Golden Globe a un grandioso Mickey Rourke

The Wrestler di Darren Aronofsky: analisi del film Leone d'Oro 2008 con Mickey Rourke. Storia di redenzione, performance magistrale e temi universali.

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C'è un momento nella vita di ogni uomo in cui il corpo comincia a tradire i sogni. The Wrestler, diretto da Darren Aronofsky nel 2008, racconta proprio questa frattura dolorosa attraverso la storia di Randy "The Ram" Robinson, interpretato da un Mickey Rourke rinato dalle ceneri della propria carriera. Non è un film sul wrestling, o almeno non solo. È un ritratto crudo e spietato della vulnerabilità umana, del bisogno disperato di sentirsi ancora vivi quando tutto sembra aver preso la direzione del declino, che Rai Movie ripropone stasera alle 21.10.

Robin Ramzinski, questo il vero nome del protagonista, è stato una star del wrestling negli anni Ottanta. Oggi vive ai margini, tra incontri in palestre di periferia del New Jersey e turni umilianti al banco salumi di un supermercato. Il suo corpo è un atlante di cicatrici, segnato da anni di combattimenti violenti e abusi di steroidi. Ma sono le ferite invisibili quelle che fanno più male: la solitudine quotidiana, il rapporto irrimediabilmente spezzato con la figlia Stephanie, interpretata da Evan Rachel Wood, e la consapevolezza amara di essere diventato un fantasma di se stesso.

In questo scenario desolante, Randy trova un barlume di conforto in Cassidy, una spogliarellista magistralmente interpretata da Marisa Tomei. Anche lei conosce il peso della gloria passata, anche lei si muove in quel limbo malinconico di chi ha vissuto il proprio apice e ora cerca disperatamente un senso nel quotidiano. La loro relazione è fatta di sguardi complici, di silenzi che dicono più delle parole, di quella tenerezza fragile che nasce tra due anime ferite.

The Wrestler - Lucky Red



Quando gli viene offerta la possibilità di tornare sul ring per una rivincita contro il suo storico avversario, l'Ayatollah, Randy si aggrappa a quell'occasione come a un'ancora di salvezza. Nonostante i problemi di salute, nonostante un infarto che avrebbe dovuto metterlo definitivamente in guardia, il richiamo del ring è troppo forte. Perché per Randy il wrestling non è solo uno sport o uno spettacolo: è l'unica cosa che gli abbia mai dato un'identità, l'unico luogo dove si è sentito davvero vivo. La scelta che deve affrontare è lacerante: abbandonare quel mondo per salvare la propria vita, oppure rischiare tutto per un ultimo momento di gloria, per sentire ancora una volta l'adrenalina e gli applausi del pubblico.

La regia di Aronofsky è intensa e immersiva, con una macchina da presa che segue Randy come un'ombra, restituendo tutta la fisicità brutale del wrestling e al contempo l'intimità delle sue fragilità. Le scene sul ring sono crude, poco coreografate, volutamente realistiche: si vedono i corpi che sbattono, il sangue vero, la violenza senza filtri. Non è uno spettacolo patinato, è la rappresentazione onesta di uno sport-performance che distrugge chi lo pratica.

Mickey Rourke ha preparato il ruolo con un training intensivo insieme a ex wrestler professionisti, e si vede. La sua interpretazione è stata definita magistrale da critica e pubblico, tanto da valergli il Golden Globe, il BAFTA e una nomination all'Oscar come miglior attore protagonista. È impossibile non vedere i parallelismi con la sua stessa vita: anche Rourke ha conosciuto la fama, la caduta, l'oblio, e con questo ruolo ha conquistato una seconda possibilità. La performance è fisica quanto emotiva, un atto di coraggio artistico che ha ridefinito la sua carriera.

Accanto a lui, Marisa Tomei offre una prova altrettanto toccante, che le è valsa una nomination all'Oscar come miglior attrice non protagonista. Il suo personaggio non è il classico interesse romantico di contorno: Cassidy ha una dignità propria, una complessità che emerge in ogni scena. Il rapporto con Randy è fatto di attrazione e paura, di desiderio di connessione e terrore di essere feriti ancora una volta.

Il film ha ricevuto il massimo riconoscimento alla Mostra del Cinema di Venezia 2008, portando a casa il Leone d'Oro. Un premio che certifica non solo la qualità tecnica dell'opera, ma la sua capacità di parlare un linguaggio universale: quello della ricerca di riscatto, del bisogno di sentirsi visti, della lotta contro l'inevitabilità del tempo. Le riprese si sono svolte principalmente in New Jersey, con scene improvvisate in un vero supermercato, per mantenere quel senso di autenticità e immediatezza che pervade tutto il film.

Bruce Springsteen, icona della working class americana, ha scritto appositamente per il film la canzone "The Wrestler", una ballata malinconica che ha vinto il Golden Globe per la miglior canzone originale. Il testo sembra scritto direttamente dal cuore di Randy: parla di cadute e rialzate, di combattimenti che non finiscono mai, di un uomo che continua a lottare anche quando tutto sembra perduto.

The Wrestler non è un film facile. È crudo, commovente, realista fino all'osso. Non offre consolazioni semplici né finali rassicuranti. Alcuni spettatori potrebbero trovare la trama prevedibile o il finale ambiguo, ma è proprio in questa onestà narrativa che risiede la sua forza. Non è un film sulla vittoria, è un film sulla dignità della lotta, sul coraggio di scegliere cosa ci rende autenticamente noi stessi, anche quando quella scelta ha un prezzo altissimo.

È un'opera che esplora temi profondi: la paternità fallita, la ricerca di redenzione, la solitudine esistenziale, il bisogno umano di avere un pubblico che ci veda e ci riconosca. Randy non lotta solo contro gli avversari sul ring, lotta contro il vuoto della propria esistenza. E in questo, la sua storia diventa universale.

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