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Stefania Sandrelli compie 80 anni: il film sempre attuale da riscoprire, per celebrare un'icona del cinema italiano

Gli 80 anni di Stefania Sandrelli con Io la conoscevo bene: analisi del capolavoro del 1965 che racconta solitudine e sfruttamento nella Roma del boom economico.

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Oggi, 5 giugno 2026, Stefania Sandrelli compie ottant'anni. Otto decenni di cinema, di volti indimenticabili, di personaggi che hanno attraversato la storia del costume italiano. Ma tra tutti i ruoli che hanno costellato la sua carriera straordinaria, ce n'è uno che emerge con la forza di una rivelazione: Adriana Astarelli in Io la conoscevo bene, diretto da Antonio Pietrangeli nel 1965. Un film che non invecchia, che anzi acquista lucidità e attualità con il passare degli anni, come se fosse stato girato ieri anziché sessant'anni fa.

Pietrangeli, insieme agli sceneggiatori Ruggero Maccari ed Ettore Scola, costruisce un ritratto spietato e tenerissimo allo stesso tempo. Adriana, una bella ragazza di campagna del Pistoiese, si trasferisce a Roma in cerca di fortuna. È il periodo del boom economico, la capitale pullula di opportunità, di luci abbaglianti, di promesse scintillanti. Adriana ci crede, con quella ingenuità disarmante che la rende vulnerabile a ogni incontro, a ogni proposta, a ogni illusione.

I mestieri si susseguono come le stagioni: domestica, parrucchiera, maschera in un cinema, cassiera in un bowling. Pietrangeli fotografa l'Italia che cambia attraverso gli occhi di una ragazza che non capisce i meccanismi del mondo che la circonda. Credulona, ignorante, attratta dai dischi e dal ballo, Adriana attraversa Roma e i suoi ambienti con un'amoralità che non è calcolo ma fragilità pura, incoscienza mista a un bisogno d'affetto così profondo da renderla cieca di fronte allo sfruttamento.

Gli uomini si avvicendano nella sua vita come figurine intercambiabili. Il cast è un concentrato di talento del cinema italiano: Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Jean-Claude Brialy, Franco Fabrizi, Turi Ferro, un giovane Franco Nero. Tutti approfittano di lei, ciascuno a modo suo, con quella complicità maschile che il film mette a nudo senza urlare, semplicemente mostrando. Adriana non se ne accorge, o forse non vuole accorgersene, perché riconoscere la verità significherebbe ammettere il vuoto che la circonda.

La macchina da presa di Armando Nannuzzi segue Adriana con uno sguardo che non giudica ma registra, documentando la sua discesa con la precisione di un entomologo che osserva un insetto raro. Le musiche di Piero Piccioni accompagnano questo viaggio con una leggerezza che rende il dramma ancora più stridente, come una canzone allegra suonata in un funerale.

Adriana affida i suoi risparmi a un ambiguo agente che le profila la possibilità di fare cinema. È il miraggio supremo, la promessa che potrebbe dare senso a tutto. Ma la realtà è ben diversa: qualche inserto pubblicitario, una parte da comparsa in un peplum di serie B, la presentazione di vestiti in teatrini di provincia. Il mondo dello spettacolo la mastica e la sputa, come fa con migliaia di aspiranti ogni anno, ieri come oggi.

Né la nostalgia del paese d'origine né l'interruzione di un'incipiente maternità riescono a salvarla. Pietrangeli costruisce il suo personaggio come una parabola inesorabile, un percorso che può avere un solo epilogo. Quando le disillusioni si accumulano, quando finalmente anche Adriana riesce a vedere il vuoto che la circonda, quando la rete di illusioni si dissolve lasciando solo la verità nuda e insopportabile, l'unica via d'uscita è quella del balcone.

Il finale di Io la conoscevo bene resta uno dei momenti più dolorosi e necessari del cinema italiano. Il suicidio di Adriana è la conseguenza logica di un sistema che divora i più fragili, di una società che promette tutto e non mantiene niente, di un mondo dello spettacolo che usa i corpi e getta via le persone. Uscito nel 1965, il film di Pietrangeli è un'opera corale che deve la sua forza anche al lavoro di squadra: il montaggio di Franco Fraticelli, la scenografia di Maurizio Chiari, la produzione di Turi Vasile. Ogni elemento tecnico concorre a costruire un ritratto della Roma del boom economico che è insieme celebrazione e denuncia.

Ma è Stefania Sandrelli a dare corpo e anima ad Adriana. A vent'anni appena, l'attrice toscana costruisce un personaggio che resterà impresso nella memoria collettiva come simbolo di un'epoca e di una condizione. Il suo volto luminoso, quello sguardo che mescola speranza e smarrimento, quella fisicità che esprime insieme desiderio di vita e inconsapevolezza del pericolo: tutto concorre a creare un'icona cinematografica che travalica i confini del film stesso.

Oggi, a distanza di sessant'anni, Io la conoscevo bene continua a parlare con una forza inquietante. Le storie di sfruttamento nel mondo dello spettacolo non sono finite con gli anni Sessanta. I meccanismi che Pietrangeli ha messo a nudo con la precisione di un chirurgo sono ancora operativi, forse più raffinati ma non meno crudeli. La solitudine delle Adriane di oggi somiglia terribilmente a quella della protagonista del film: stesso bisogno d'affetto, stessa vulnerabilità, stesso vuoto esistenziale mascherato da opportunità scintillanti.

Il cinema di Pietrangeli aveva capito tutto, con decenni di anticipo rispetto ai dibattiti contemporanei su consenso, sfruttamento e dinamiche di potere. Io la conoscevo bene non è solo un capolavoro del cinema italiano: è un documento sociologico, un atto d'accusa che non perde efficacia, uno specchio che continua a riflettere verità scomode. E la Sandrelli ottantenne di oggi può guardarsi indietro e riconoscere in quella giovane Adriana uno dei vertici assoluti di una carriera stellare, il ruolo che ha dato il volto alla solitudine di un'intera generazione di donne tradite dalle promesse di un mondo che non le amava davvero.

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