Su Disney+, c'è un film di Shyamalan che fu massacrato nel 2004, ma che merita una rilettura dopo vent'anni
Scopri il film di Shyamalan che nascondeva un segreto su Philadelphia che in pochi capirono nel 2004. Analisi del twist finale e del significato nascosto del film sul lutto.
C'è stato un tempo in cui il nome M. Night Shyamalan era sinonimo di colpi di scena magistrali, di quella suspense che ti tiene incollato alla poltrona fino all'ultimo fotogramma. Il sesto senso e Unbreakable avevano consacrato il regista come maestro del thriller psicologico, capace di giocare con lo spettatore come pochi altri. Poi arrivò il 2004, e con esso The Village, il film che spaccò la critica e il pubblico in due fazioni irriducibili.
The Village racconta la storia di Ivy Walker, una giovane donna cieca che vive in un villaggio coloniale apparentemente fuori dal tempo. La comunità è terrorizzata da misteriose creature che abitano nei boschi circostanti, e nessuno osa avventurarsi oltre i confini del paese. Il colore rosso è bandito perché attira questi esseri. I cittadini vivono isolati per proteggersi dai pericoli. Tutto cambia quando Lucius Hunt viene pugnalato e Ivy deve attraversare la foresta per procurargli le medicine necessarie a salvarlo.
Il finale divise il pubblico come poche altre conclusioni nella storia del cinema recente. Alcuni lo definirono geniale, altri lo bocciarono come un tradimento delle aspettative. La verità è che Shyamalan aveva architettato qualcosa di più complesso di un semplice twist finale. Dopo che Ivy e Lucius confessano i loro sentimenti reciproci, un ragazzo locale di nome Noah, mosso dalla gelosia, pugnala Lucius. Disperata, Ivy supplica suo padre Edward di lasciarla andare nelle Città per procurare le medicine moderne che potrebbero salvarlo. È a questo punto che il castello di carte crolla, o meglio, si rivela per quello che è sempre stato.
The Village non è ambientato nel periodo coloniale. L'intera comunità esiste ai margini della Philadelphia contemporanea, nascosta agli occhi del mondo moderno. Gli anziani del villaggio non sono coloni d'altri tempi, ma persone nate e cresciute nella società moderna che hanno scelto deliberatamente di voltarle le spalle. Edward Walker, il padre di Ivy, era un professore di storia e figlio di un miliardario assassinato da un socio in affari.
Durante sedute di terapia di gruppo per elaborare il lutto, incontrò altre persone devastate dalla violenza e dalla corruzione della vita urbana. Insieme concepirono un piano audace: usare l'eredità del padre di Edward per acquistare una vasta riserva naturale dove nessuno avrebbe potuto entrare. Deviarono persino le rotte aeree per impedire che il villaggio venisse avvistato dall'alto. Crescere i propri figli come se fossero coloni dell'Ottocento, senza tecnologia, senza conoscenza del mondo esterno. Un esperimento sociale radicale nato dal dolore.Su carta, l'idea potrebbe sembrare assurda, persino ridicola. Ma Shyamalan la radica in un terreno emotivamente autentico attraverso una sceneggiatura intensa e una colonna sonora capace di stringere il cuore. Come in ogni grande storia, The Village non parla letteralmente di ciò che accade sullo schermo, ma dei personaggi che lo abitano.
Ognuno degli anziani ha subito lutti insopportabili nella vita moderna. Edward vide il denaro come radice di ogni male dopo l'assassinio del padre. Altri persero figli, coniugi, persone care a causa della violenza urbana, della droga, della criminalità. Il dolore li aveva svuotati, e la società moderna non offriva loro alcuna via d'uscita se non quella di continuare a convivere con quel vuoto.
La loro scelta di creare il villaggio non è un capriccio o una bizzarria new age. È un atto di resistenza disperata contro un mondo che percepiscono come irrimediabilmente corrotto. Vogliono proteggere i loro figli da quel dolore, offrire loro un'esistenza più semplice, più pura. Certo, questa scelta comporta inganni e manipolazioni, ma nasce da un amore viscerale.
The Village parla della paura del mondo esterno, del desiderio di controllo sulla vita dei propri cari, dell'illusione che si possa davvero proteggerli da tutto. Parla di come il trauma non elaborato possa portare a decisioni estreme. E soprattutto, parla del fatto che il dolore è inevitabile, che fa parte dell'esperienza umana, e che tentare di costruire una bolla sigillata contro di esso è destinato prima o poi a fallire.
Il film pone domande scomode: fino a dove possiamo spingerci per proteggere chi amiamo? È giusto mentire se lo facciamo per un bene superiore? Possiamo davvero costruire utopie funzionanti o sono destinate a rivelare le stesse crepe della società da cui fuggiamo? Non offre risposte facili, e forse è questo che disturbò parte del pubblico. Shyamalan si rifiuta di chiudere ogni filo narrativo con un fiocco, lascia zone d'ombra, ambiguità morali. È un film che richiede allo spettatore di impegnarsi attivamente, di riflettere invece di essere semplicemente intrattenuto.