FILM

Supergirl può essere la vera rinascita del DCU

Riflettiamo sull'importanza di un film all'apparenza secondario all'interno del nuovo universo creato da James Gunn: un'occasione troppo allettante per non approfittarne.

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Quando provi a far ripartire un universo cinematografico come quello DC, il primo nome che metti sul tavolo è quasi obbligato. Superman è il personaggio da cui nasce l’idea moderna di supereroe, è il volto della speranza, è il mantello rosso che anche chi non legge fumetti riconosce in mezzo secondo. Puoi cambiare attore, tono, regista, costume, colonna sonora, ma Superman resta Superman. È il simbolo più pulito che la DC abbia mai avuto. Proprio per questo, però, il test più interessante potrebbe arrivare subito dopo. Perché l’universo di James Gunn e Peter Safran non si gioca davvero tutto su Superman. Superman serve ad aprire la porta. Supergirl serve a capire se qualcuno ha voglia di entrare davvero. Questo perché Supergirl arriva in un momento delicatissimo per il cinema supereroistico.

Arriva dopo anni in cui il pubblico ha iniziato a distinguere molto meglio tra evento e abitudine. Fino a qualche tempo fa bastava il logo di un universo condiviso per creare attenzione. Oggi quel meccanismo si è incrinato. Il pubblico ha visto troppi film costruiti come passaggi intermedi. Troppe serie pensate come compiti a casa. Troppi personaggi introdotti non perché avessero davvero qualcosa da dire, ma perché servivano a preparare la prossima casella del calendario. A un certo punto la promessa del futuro ha smesso di essere eccitante ed è diventata faticosa. Il problema non riguarda solo Marvel o DC, riguarda l’intero modo in cui Hollywood ha imparato a ragionare per universi narrativi. Prima ti innamori di una storia, poi inizi a seguire il mondo che la contiene. Negli ultimi anni, invece, spesso è successo il contrario: prima ti viene venduto il mondo, poi forse, da qualche parte, arriva anche una storia.

Il nuovo DCU nasce proprio dentro questa frattura. Da una parte c’è il desiderio di ricostruire fiducia. Dall’altra c’è un pubblico che non concede più fiducia così facilmente. Ecco perché Supergirl diventa un banco di prova enorme. Con Superman, una parte dell’interesse è quasi naturale. Anche chi non segue la DC vuole vedere che faccia ha il nuovo Superman, che tono ha il nuovo universo, come James Gunn decide di trattare il personaggio più importante della casa. Supergirl, invece, deve fare un lavoro diverso. Deve convincere lo spettatore che il DCU vale anche quando esce dalla sua icona più ovvia. Questa è la differenza tra lanciare un personaggio e costruire un universo. Un universo funziona quando il pubblico non compra solo Batman, Superman o Wonder Woman. Funziona quando inizia a pensare che anche i corridoi laterali siano interessanti. Che una serie sui Green Lantern possa avere un’identità forte. Che un film su Clayface possa essere davvero un body horror e non solo l’ennesimo spin off riempitivo.

Che The Authority possa portare dentro il DCU una riflessione più sporca sul potere. Che Swamp Thing possa aprire un lato gotico e mostruoso. Che The Brave and the Bold possa introdurre Batman senza rimettere semplicemente in scena la solita origine. Che una nuova Wonder Woman abbia qualcosa da raccontare oltre alla nostalgia per ciò che è già stato. Supergirl, in questo senso, è il primo segnale serio. Perché arriva dopo il film manifesto. Arriva quando la presentazione è finita e bisogna cominciare a dimostrare che il progetto regge. Il pubblico può essere curioso di Superman anche solo per capire da dove si riparte. Con Supergirl la domanda cambia: siamo davvero interessati a questo mondo? Ci fidiamo della sua direzione? Vogliamo vedere una storia DC anche quando il protagonista non è il pilastro più sicuro dell’intero edificio?

Qui James Gunn si gioca una parte importante della sua promessa. Il discorso che ha fatto più volte sulla DC è molto chiaro: prima la scrittura, poi la produzione. Prima il copione, poi il calendario. In teoria sembra una cosa ovvia, ma a Hollywood l’ovvio spesso è la prima cosa che salta quando ci sono miliardi in ballo. Negli anni dei franchise iperproduttivi, molte major hanno trattato i film come ingranaggi di una macchina già avviata. La data era fissata, il marchio era forte, il personaggio era spendibile, quindi il progetto doveva uscire. Anche quando la storia non era pronta. Anche quando il tono non era chiaro. Anche quando sembrava più importante collegarsi al capitolo successivo che funzionare da film. Gunn sta provando a vendere un’idea opposta: ogni progetto deve avere una ragione propria.

La cosa interessante è che Supergirl sembra perfetta per mettere alla prova proprio questa filosofia. Perché sulla carta poteva essere facilissima da sbagliare. Bastava farne una copia femminile di Superman, con lo stesso tipo di idealismo, lo stesso tipo di mitologia, lo stesso rapporto luminoso con l’eroismo. Sarebbe stata la strada più semplice, ma anche la meno interessante. Il punto di Kara, soprattutto nella versione ispirata a Woman of Tomorrow , è che il suo rapporto con Krypton è completamente diverso da quello di Clark. Clark ha perso un pianeta che non ricorda davvero. Kara ha perso un mondo che ha visto morire. Superman è cresciuto sulla Terra. Ha avuto due genitori che lo hanno amato, protetto, educato. Ha imparato a essere umano prima ancora di capire fino in fondo cosa significasse essere kryptoniano. La sua forza nasce da un paradosso bellissimo: l’essere più potente del pianeta è stato formato dalla gentilezza di due persone normali. Superman è alieno per nascita, ma umano per educazione. Il suo mito funziona perché trasforma il potere in responsabilità, e la responsabilità in speranza.

Supergirl parte da un luogo molto più doloroso. Kara non porta addosso solo l’eredità di Krypton. Porta il trauma di Krypton. Per lei quel pianeta non è una leggenda, una registrazione, un racconto dei genitori perduti. È memoria. È lutto. È qualcosa che continua a pesare sul corpo e sul carattere. Dove Superman rappresenta la possibilità di essere accolti da un nuovo mondo, Supergirl rappresenta la ferita di chi un mondo lo ha perso davvero e non riesce a fingere che basti indossare un mantello per guarire. Ed è per questo che può diventare più interessante oggi. Superman nasce come mito di speranza in un’America ferita, ma ancora capace di credere al proprio racconto. Il personaggio appare nel 1938, dentro un Paese segnato dalla Grande Depressione, in un contesto in cui il supereroe diventa una fantasia di giustizia, protezione e riscatto. Un uomo più forte dei corrotti, più veloce della violenza, più giusto delle istituzioni. Una figura capace di dire al lettore: il mondo è ingiusto, ma qualcuno può ancora sollevarlo. Il punto è che l’America che guarda Supergirl oggi è molto diversa.

È un’America più stanca, più divisa, più sospettosa verso i propri miti. Un Paese in cui l’idea stessa di eroe americano viene continuamente messa in discussione. Basta guardare il modo in cui il supereroe è cambiato nell’immaginario recente. Homelander prende l’iconografia di Superman e la rovescia in un incubo narcisista, autoritario, televisivo. Invincible prende il racconto di formazione del giovane eroe e lo sporca con sangue, fallimenti, eredità tossiche, padri mostruosi e responsabilità impossibili. The Boys e Invincible funzionano perché intercettano una domanda molto contemporanea: cosa succede quando non riusciamo più a credere ingenuamente al potere buono?

Supergirl potrebbe stare proprio in mezzo a queste due tensioni. Da una parte non è il cinismo assoluto di Homelander. Kara non serve a distruggere l’idea di eroismo, non nasce come parodia feroce del superuomo americano. Dall’altra, però, non ha nemmeno l’innocenza limpida del Superman classico. La sua storia porta dentro rabbia, lutto, sradicamento, desiderio di vendetta, senso di estraneità. È una figura che può ancora scegliere il bene, ma non perché il bene le venga naturale. Lo sceglie passando attraverso qualcosa di rotto. Perché il cinema supereroistico, oggi, non può limitarsi a dire che gli eroi sono belli, forti e necessari. Quella fase è finita. Il pubblico ha già visto il supereroe trionfante, il supereroe tormentato, il supereroe ironico, il supereroe decostruito, il supereroe aziendalizzato, il supereroe fascistoide, il supereroe adolescente pieno di sensi di colpa.

Per tornare davvero interessante, il genere deve smettere di chiedersi solo “quanto è potente questo personaggio?” e tornare a chiedersi “perché questo personaggio dovrebbe importarci adesso?”. E supergirl in questo può essere molto interessante, perché Kara racconta un tipo di eroismo post innocenza. Un eroismo che non nasce dalla purezza, ma dalla sopravvivenza. Un eroismo che non cancella la rabbia, ma prova a darle una forma. Un eroismo che non finge che il trauma renda automaticamente migliori, perché spesso il trauma ti rende solo più duro, più chiuso, più difficile da amare. E allora il punto diventa un altro: si può essere ancora eroi quando si è pieni di risentimento? Si può difendere la vita quando si è stati educati dalla perdita? Si può credere nella giustizia quando la prima cosa che hai conosciuto è stata una catastrofe? Questo rende Supergirl molto più di una variazione su Superman.

Anzi, la rende quasi il suo negativo fotografico. Superman guarda l’umanità e vede qualcosa da proteggere. Supergirl potrebbe guardare l’universo e vedere qualcosa che le ha portato via tutto. Superman è l’immigrato accolto, Kara è l’esule che non ha mai smesso di sentirsi fuori posto. Superman è il sogno di integrazione, Kara è la memoria di una frattura. Superman è il potere addomesticato dall’amore, Kara è il potere attraversato dal lutto. Se il film riesce a usare davvero questa differenza, allora il nuovo DCU potrebbe fare una cosa molto intelligente: smettere di costruire i personaggi come variazioni dello stesso tono e iniziare a trattarli come mondi morali diversi. Ed è qui che entrano i progetti futuri. Perché la lista del nuovo DCU, almeno nelle intenzioni, sembra andare proprio in questa direzione. Superman come grande centro luminoso. Supergirl come space fantasy più ruvido e tragico. Lanterns come indagine terrestre e cosmica, con un tono da detective story. Clayface come incursione nel body horror, dentro l’immaginario di Gotham ma senza partire necessariamente da Batman.

The Authority come progetto potenzialmente più politico, più cinico, più ambiguo, centrato su eroi che non chiedono permesso al mondo prima di cambiarlo. Swamp Thing come apertura verso l’orrore, la materia organica, il mostruoso. The Brave and the Bold come modo per introdurre Batman non dall’ennesimo trauma originario, ma attraverso il rapporto con Damian Wayne, quindi attraverso la paternità, l’eredità e il controllo. Sulla carta, questa è la parte più promettente del piano Gunn. Il rischio dei vecchi universi condivisi era l’uniformità. Ogni film doveva sembrare parte dello stesso prodotto. Stessa

ironia, stessa struttura, stesso ritmo, stessa gestione della scena finale, stessa promessa di collegamento. Il risultato era rassicurante, ma a lungo andare diventava plastica. Il nuovo DCU, almeno nelle dichiarazioni, vuole sembrare più una libreria di graphic novel che una catena di montaggio. Ogni personaggio dovrebbe portare con sé un genere, una sensibilità, un tipo di conflitto. Supergirl diventa decisiva perché può dimostrare se questa idea funziona davvero. Se il film avrà un’identità propria, il pubblico potrà iniziare a pensare che il DCU non sia solo “il nuovo universo dove succedono cose collegate”, ma un contenitore in cui ogni progetto prova ad avere un sapore diverso. Se invece Supergirl sembrerà solo un capitolo di passaggio tra Superman e il resto, allora il problema sarà evidente: la DC avrà cambiato gestione, attori e calendario, ma non avrà davvero cambiato logica. Il punto centrale è la fiducia.

Oggi un franchise non vive più solo di riconoscibilità. La riconoscibilità porta attenzione, ma non garantisce affetto. Porta curiosità, ma non costruisce fedeltà. Per anni gli studios hanno confuso queste due cose. Hanno pensato che bastasse mettere in scena un nome noto per ottenere automaticamente coinvolgimento. Ma il pubblico può conoscere un personaggio e non avere nessuna voglia di pagare un biglietto. Può sapere chi è Flash e ignorare The Flash. Può riconoscere Shazam e non sentire nessun bisogno di vedere il sequel. Può amare Batman e comunque essere stanco di universi che promettono molto e mantengono poco. La fiducia si costruisce in un altro modo. Si costruisce quando un film sembra esistere perché qualcuno voleva raccontare proprio quella storia. Quando il tono non è intercambiabile. Quando il personaggio ha una ferita precisa, un desiderio preciso, un conflitto che non potrebbe appartenere a chiunque altro. Da questo punto di vista, Supergirl ha un vantaggio enorme: non deve essere Superman.

Anzi, più prova a esserlo, meno funziona. Kara può permettersi di essere più scomoda. Può essere meno esemplare, meno pacificata, meno rassicurante. Può portare nel DCU una domanda che Superman, per sua natura, fatica a incarnare fino in fondo: cosa resta della speranza quando non nasce dalla purezza, ma dalla fatica di non diventare peggio del dolore che hai subito? Questa domanda parla al presente molto più di quanto sembri. Viviamo in un momento in cui i grandi miti positivi vengono accolti spesso con diffidenza. Quando arriva un personaggio troppo buono, una parte del pubblico lo considera ingenuo. Quando arriva un personaggio troppo oscuro, un’altra parte del pubblico lo considera l’ennesima posa adulta. La sfida è trovare un punto intermedio.

Un eroismo credibile, ma non depresso. Ferito, ma non compiaciuto. Capace di guardare il buio senza trasformare ogni cosa in una gara a chi è più cinico. Supergirl potrebbe essere esattamente questo. Un personaggio che non cancella Superman, ma lo mette in prospettiva. Perché Clark ci mostra cosa può diventare il potere quando viene educato dall’amore. Kara ci mostra cosa può diventare il potere quando deve attraversare la perdita prima di arrivare alla responsabilità. Sono due miti diversi. Uno nasce dalla casa trovata, l’altro dalla casa perduta.

E forse il nuovo DCU ha bisogno proprio di questa doppia anima. Da una parte serve Superman, perché senza un centro morale la DC rischia di diventare solo un catalogo di personaggi cupi, mostri, vigilanti e alieni traumatizzati. Dall’altra serve Supergirl, perché un universo fondato solo sulla purezza di Superman rischierebbe di sembrare fuori tempo, troppo liscio, troppo distante da un pubblico che ormai ha imparato a sospettare dei simboli troppo perfetti. Il futuro della DC si gioca nella tensione tra queste due cose. Luce e ferita. Mito e trauma. Icona e deviazione. Speranza e sfiducia. Se Gunn riuscirà a far convivere tutto questo, allora il DCU potrà davvero distinguersi.

Potrà essere un universo in cui Superman non annulla gli altri personaggi, ma li illumina per contrasto. Un universo in cui Clayface non deve sembrare un film di Superman con più ombre, Lanterns non deve sembrare un film di Batman nello spazio, The Authority non deve diventare solo una versione più violenta della Justice League, e Supergirl non deve essere la cugina di Superman con qualche battuta più cattiva. Ogni progetto deve giustificare la propria esistenza. Questa sarà la vera prova. Il cinema supereroistico ha passato anni a espandersi. Ora deve imparare a selezionare. Ha passato anni a promettere connessioni. Ora deve tornare a creare identità. Ha passato anni a dire “guardate questo film perché servirà dopo”. Ora deve tornare a dire “guardate questo film perché vale adesso”. Supergirl, da questo punto di vista, arriva nel momento perfetto. Perché il suo successo o il suo fallimento non racconteranno solo il destino di Kara Zor El. Racconteranno la tenuta del nuovo patto tra DC e pubblico.

Se funziona, vorrà dire che il pubblico è disposto a seguire il nuovo universo anche lontano dal suo volto più sicuro. Vorrà dire che la promessa di Gunn, quella di un DCU più guidato dai personaggi, dai toni e dalle storie, può avere un futuro reale. Vorrà dire che Superman ha aperto la porta, ma Supergirl ha dimostrato che dietro quella porta c’è davvero qualcosa. Se invece il film non riuscirà a imporsi, il problema sarà più ampio del singolo incasso. A quel punto la domanda diventerà molto più scomoda: il pubblico vuole davvero un nuovo universo DC, o voleva soltanto vedere un nuovo Superman? Ed è per questo che Supergirl è così importante. Perché un film su Superman può inaugurare un’era. Ma un film su Supergirl può dirci se quell’era ha davvero le gambe per camminare.

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