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Terminator 2, come fu possibile girare la scena del T-1000 che diventa metallo liquido? La verità

Nel 1991 James Cameron portò sullo schermo un effetto che sembrava impossibile: Robert Patrick poteva deformarsi, attraversare le sbarre e diventare metallo liquido. Dietro quelle immagini c'era una rivoluzione tecnica costruita inquadratura dopo inquadratura.

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Terminator 2 - Il giorno del giudizio arrivò nelle sale come qualcosa di più di un semplice sequel. James Cameron trasformò il ritorno di Sarah Connor e del figlio John in uno spettacolare laboratorio cinematografico, spingendo gli effetti visivi verso una frontiera che Hollywood non aveva ancora realmente esplorato. Il film, costato almeno 94 milioni di dollari, utilizzò circa cinque minuti complessivi di CGI, una quantità sorprendentemente ridotta se confrontata con l'impatto che quegli effetti ebbero sul pubblico.

La vera rivoluzione aveva però una forma precisa: quella del T-1000 interpretato da Robert Patrick. Il nuovo Terminator non era un gigantesco robot corazzato come quello interpretato da Arnold Schwarzenegger, ma un assassino che riusciva a trasformare il proprio corpo, assumere altre sembianze e diventare una superficie metallica riflettente. Cameron aveva bisogno di un antagonista che sembrasse appartenere a un futuro tecnologico ancora irraggiungibile e, per farlo, affidò una parte decisiva del lavoro alla Industrial Light & Magic, con Dennis Muren alla guida degli effetti visivi.

La cosa più sorprendente è che il T-1000 che ricordiamo non fu realizzato interamente al computer. Al contrario, una delle intuizioni decisive di Muren fu proprio quella di creare il meno possibile da zero. In molte scene il punto di partenza rimaneva Robert Patrick, ripreso realmente sul set, e il digitale interveniva soltanto dove era indispensabile.

Una scena di Terminator 2 - Il giorno del giudizio con Arnold Schwarzenegger - Fonte: Penta Distribuzione

All'epoca la tecnologia era ancora in una fase sperimentale. Muren ha raccontato che, quando iniziò il progetto, né lui né Cameron erano certi di poter realizzare tutte le inquadrature previste. Per questo ILM preparò anche soluzioni tradizionali di riserva, nel caso la computer grafica non fosse stata abbastanza convincente. Il reparto effetti venne inoltre ampliato considerevolmente per affrontare una mole di lavoro che appariva, agli occhi di molti tecnici, quasi irrealizzabile. Il risultato dimostrò che la scommessa era stata vinta.

Una delle scene più celebri è quella ambientata nel manicomio, quando il T-1000 raggiunge John e attraversa con il volto le sbarre della porta. Ancora oggi l'effetto appare sorprendentemente naturale, ma il procedimento utilizzato da ILM era molto più ingegnoso di quanto si possa immaginare. Robert Patrick fu filmato senza le sbarre davanti al volto. Quella ripresa reale venne poi digitalizzata e trasformata attraverso una geometria tridimensionale. Gli artisti poterono così deformare l'immagine della testa, comprimendola e allungandola come se la carne fosse realmente malleabile.

Non si limitarono però a deformare il volto. Era necessario che la luce reagisse alla nuova forma: le zone schiacciate dalle sbarre dovevano presentare ombre coerenti. Le immagini vennero quindi nuovamente illuminate e corrette digitalmente. Infine, le vere sbarre furono ricomposte davanti alla testa deformata. Il dettaglio più geniale riguarda la durata dell'effetto. In un'inquadratura di circa sei secondi, Robert Patrick appare perfettamente reale per i primi tre. Soltanto quando comincia la deformazione entra in gioco la manipolazione digitale. In questo modo lo spettatore non ha sei secondi per cercare un difetto nell'effetto speciale, ma soltanto il tempo strettamente necessario a vedere il volto trasformarsi.

È una scelta di regia prima ancora che di tecnologia: Cameron e Muren capirono che la credibilità dell'effetto dipendeva anche da quanto a lungo mostrarlo. Terminator 2 contribuì inoltre a rendere popolare un termine che sarebbe entrato stabilmente nel linguaggio degli effetti visivi: morphing. Il procedimento consentiva di trasformare progressivamente un'immagine in un'altra, ma nel film di Cameron venne sviluppato in maniera più sofisticata.

Per alcune metamorfosi, gli artisti non si limitarono infatti a manipolare una superficie bidimensionale. Le immagini potevano essere applicate a geometrie tridimensionali, deformate, spostate e nuovamente illuminate. Era un approccio ibrido nel quale computer grafica, elaborazione delle immagini e compositing lavoravano contemporaneamente. La stessa filosofia venne utilizzata nella scena in cui il T-1000 assume l'aspetto di Sarah Connor. Anche in questo caso l'effetto non doveva dominare l'intera inquadratura. La trasformazione occupava soltanto poche decine di fotogrammi, lasciando il prima e il dopo alla fotografia reale. Secondo Muren, era più difficile da realizzare rispetto a un tradizionale bluescreen, ma permetteva di ottenere un'immagine molto più convincente.

Il momento più spettacolare arrivava quando il personaggio perdeva completamente la propria forma umana. Qui Robert Patrick lasciava il posto alla CGI. Gli artisti di ILM crearono un personaggio digitale, lo animarono e gli applicarono una superficie che riflettesse l'ambiente circostante. Il problema era che un corpo cromato non poteva limitarsi a essere semplicemente "argentato": doveva riflettere ciò che si trovava intorno a lui, proprio come farebbe una superficie metallica reale. Per questo vennero utilizzate immagini dell'ambiente e, soprattutto, riprese in movimento delle scintille dell'acciaieria. Le scintille che lo spettatore vedeva cadere sullo sfondo comparivano anche nei riflessi del corpo del T-1000. Era un dettaglio fondamentale perché legava la creatura digitale allo spazio fisico della scena.

La sequenza in cui il T-1000 si ricompone dopo essere stato congelato e frantumato dimostra perfettamente la filosofia di ILM. La prima parte venne realizzata con effetti pratici dalla 4-Ward Productions; successivamente la CGI prese il controllo della materia liquida, modellandola e trasformandola progressivamente nelle diverse pose del personaggio. Guardando oggi Terminator 2, si potrebbe pensare che il suo traguardo sia stato semplicemente quello di mostrare una CGI straordinaria per l'epoca. In realtà la lezione di Cameron e Muren è molto più interessante.

L'effetto funziona perché non sembra un effetto. La computer grafica viene nascosta dentro la fotografia invece di mettersi continuamente in mostra. La pellicola reale viene digitalizzata, deformata e ricomposta; le immagini vengono manipolate solo nei punti necessari; la luce e la grana devono rimanere coerenti con il materiale originale. Muren spiegava infatti che il compositing digitale consentiva di inserire il personaggio CGI mantenendo una continuità visiva con il resto dell'immagine.

È questo il vero colpo di genio di Terminator 2: non utilizzare il computer per sostituire il cinema tradizionale, ma per estenderne le possibilità. Il film inaugurò così una nuova stagione degli effetti visivi e contribuì al passaggio dalle tecniche tradizionali alla CGI nei grandi blockbuster. E il T-1000 resta ancora oggi uno degli esempi più celebri di questa rivoluzione: non perché fosse interamente digitale, ma proprio perché il pubblico non riusciva più a capire dove finisse Robert Patrick e dove cominciasse il trucco.

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