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The Substance, dal trucco mostruoso di Demi Moore al mistero del numero 503: i segreti del film

Le incredibili trasformazioni di The Substance: Demi Moore affrontò ore di trucco, mentre Margaret Qualley subì conseguenze sulla pelle durate un anno.

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Ci sono film che riescono a sconvolgere il pubblico con quello che mostrano sullo schermo, ma nel caso di The Substance alcune delle immagini più disturbanti nascondono una storia altrettanto incredibile. Il body horror diretto da Coralie Fargeat, con Demi Moore e Margaret Qualley, ha richiesto un lavoro enorme sul fronte del trucco e degli effetti speciali, al punto che una delle due attrici ha dovuto convivere con le conseguenze fisiche delle riprese per circa un anno. E non è stato l'unico sacrificio necessario per realizzare le trasformazioni del film.

Dietro l'aspetto sempre più inquietante di Elisabeth Sparkle, il personaggio interpretato da Demi Moore, c'è infatti il lavoro di Pierre-Olivier Persin, responsabile degli effetti prostetici, che insieme alla sua squadra ha creato una serie di trasformazioni progressive utilizzando soprattutto silicone, lattice e protesi applicate direttamente sul corpo degli interpreti. La regista voleva che quelle mutazioni fossero il più possibile concrete, senza affidare ogni passaggio alla computer grafica, e questa scelta ha reso la lavorazione particolarmente impegnativa. Per Demi Moore, ad esempio, alcune giornate cominciavano con sei, sette o persino otto ore trascorse sulla sedia del trucco, prima ancora di poter girare una singola scena.

Il suo corpo veniva progressivamente modificato attraverso protesi, denti artificiali, deformazioni del viso e una postura completamente diversa da quella abituale. Un processo lungo e faticoso, che richiedeva all'attrice di rimanere immobile mentre i truccatori costruivano letteralmente un altro corpo sopra il suo. Persin ha raccontato di essere rimasto particolarmente colpito dalla concentrazione di Moore, che seguiva ogni fase della trasformazione senza distrarsi. Un atteggiamento fondamentale, considerando che le protesi venivano realizzate per essere utilizzate una sola volta: una volta terminate le riprese, dovevano essere rimosse e spesso ricostruite da capo per il giorno successivo.

Margaret Qualley in The Substance, fonte: MUBI

Ma se Demi Moore ha affrontato soprattutto la fatica delle interminabili sessioni di trucco, per Margaret Qualley le conseguenze sono state ancora più difficili da lasciarsi alle spalle. L'attrice ha infatti rivelato che le protesi utilizzate per interpretare Sue e le sue trasformazioni le hanno provocato una grave eruzione acneica, al punto da costringere la produzione a modificare alcune inquadrature per evitare di mostrare il suo volto. La situazione non si è risolta con la fine delle riprese. Durante una partecipazione al podcast Happy Sad Confused, Qualley ha spiegato che la sua pelle ha impiegato circa un anno per tornare alla normalità, tanto che il problema era ancora presente quando ha iniziato a lavorare a Kinds of Kindness, il film di Yorgos Lanthimos nel quale interpreta diversi personaggi.

Ed è proprio qui che si nasconde uno dei retroscena più curiosi: l'acne visibile sul volto di uno dei personaggi di Kinds of Kindness era reale, non un effetto realizzato dai truccatori. Qualley ha deciso di sfruttare quella condizione per il ruolo, trasformando una conseguenza indesiderata di The Substance in un dettaglio utile alla sua interpretazione successiva. Le difficoltà, tuttavia, non riguardavano soltanto il viso e per realizzare una delle trasformazioni più estreme del film, l'attrice ha dovuto indossare un costume integrale particolarmente ingombrante, realizzato in schiuma di lattice e completato da numerose protesi. Muoversi era complicato, il calore diventava difficile da sopportare e persino le normali reazioni fisiche, come piangere, potevano creare problemi al trucco.

Il materiale utilizzato per il costume aveva inoltre una caratteristica che rendeva tutto ancora più difficile: assorbiva i liquidi quasi come una spugna. Questo si è rivelato un problema soprattutto durante le sequenze che prevedevano enormi quantità di sangue finto, perché la struttura diventava sempre più pesante e fragile, costringendo gli specialisti a continui interventi di pulizia, asciugatura e riparazione. Per una delle scene più spettacolari, la produzione ha utilizzato addirittura decine di migliaia di litri di sangue finto, distribuiti sul set attraverso un sistema che comprendeva anche una manichetta antincendio. Le stime riportate dai membri della squadra degli effetti speciali oscillano tra circa 25.000 e 30.000 litri, numeri che danno un'idea delle dimensioni di una lavorazione pensata per ottenere un risultato fisico e non soltanto digitale.

Demi Moore in The Substance, fonte: MUBI

Naturalmente, per alcune inquadrature particolarmente complesse sono state impiegate anche controfigure, sia per esigenze pratiche sia per ragioni di sicurezza, ma il contributo diretto delle protagoniste è rimasto fondamentale, soprattutto nelle scene in cui le trasformazioni fisiche dovevano accompagnare momenti emotivamente intensi. C'è qualcosa di particolarmente significativo in tutti questi retroscena, considerando quello che The Substance vuole raccontare. Il film segue una donna che, dopo essere stata giudicata troppo anziana per continuare a lavorare in televisione, accetta di sottoporsi a un trattamento misterioso pur di recuperare la giovinezza perduta.

Quella che inizialmente sembra una possibilità di rinascita si trasforma presto in una riflessione feroce sul rapporto tra il corpo, l'identità e gli standard di bellezza imposti dalla società. Ma The Substance nasconde anche un dettaglio che potrebbe essere sfuggito a molti spettatori: il numero 503. È il codice assegnato a Elisabeth Sparkle quando entra in contatto con il misterioso servizio che distribuisce la sostanza, apparentemente un semplice identificativo, ma in realtà legato a uno dei temi centrali del film. A spiegarlo è stata proprio Coralie Fargeat, che in un'intervista ad A Rabbit's Foot ha raccontato come quel numero rappresenti la disumanizzazione del sistema.

Elisabeth può anche presentarsi con il proprio nome, ma dall'altra parte del telefono nessuno sembra interessato a sapere chi sia davvero: per ottenere una risposta deve identificarsi come 503. Una donna che cerca disperatamente di recuperare il proprio valore finisce così per essere trattata come un numero, all'interno di un meccanismo impersonale che promette di restituirle tutto ciò che ha perduto. E c'è anche un'altra interpretazione particolarmente suggestiva. Nel linguaggio informatico, il codice HTTP 503 indica un servizio temporaneamente non disponibile, generalmente perché il server non riesce a gestire le richieste ricevute.

Margaret Qualley in The Substance, fonte: MUBI

Un significato che sembra adattarsi perfettamente alla storia di Elisabeth e Sue, soprattutto quando il loro equilibrio comincia a crollare sotto il peso di esigenze sempre più impossibili da soddisfare. Attenzione, però: questo collegamento informatico non è stato confermato dalla regista, e rimane quindi una possibile lettura simbolica, non una spiegazione ufficiale. Un dettaglio apparentemente insignificante che finisce per riassumere una delle idee più inquietanti di The Substance: in un mondo ossessionato dalla perfezione, persino l'identità di una persona può diventare qualcosa da sostituire, aggiornare o cancellare.

Un film che denuncia il prezzo dell'ossessione per la perfezione fisica ha dunque richiesto alle sue attrici un impegno corporeo fuori dal comune. E sapere che alcune delle conseguenze sono proseguite ben oltre l'ultimo ciak rende ancora più impressionante il lavoro nascosto dietro quelle immagini. Perché, in The Substance, non tutto ciò che sembra impossibile è stato creato al computer: una parte dell'orrore che vediamo sullo schermo era sorprendentemente reale. Del resto, come ha sottolineato anche Demi Moore, bisogna avere il coraggio di osare, una filosofia che sembra riassumere perfettamente lo spirito di un film che ha scelto di spingersi oltre ogni limite.

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