The Wolf of Wall Street: come Scorsese ha trasformato un truffatore in un'icona

Il film del 2013 con Leonardo DiCaprio che incassò 392 milioni di dollari e ancora divide la critica

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Tre ore senza un momento di respiro

The Wolf of Wall Street dura 179 minuti e non rallenta mai. Martin Scorsese apre il film con Jordan Belfort che sniffa cocaina dal fondoschiena di una prostituta su un jet privato, e da lì non concede pause. Non c'è un personaggio redento, non c'è un momento di riflessione morale offerto allo spettatore su un vassoio d'argento, non c'è la musica che ti dice quando stare dalla parte giusta. Scorsese ti mette accanto a Belfort e ti lascia lì, a ridere dei suoi discorsi motivazionali, a godere del caos, a dimenticare per qualche minuto che quello che stai guardando è la storia vera di un uomo che ha truffato migliaia di persone comuni rubando loro i risparmi di una vita.

Questo è il punto. Il film è una critica feroce all'avidità americana proprio perché ti seduce prima di lasciarti con il senso di colpa in bocca. La sceneggiatura di Terence Winter, tratta dall'autobiografia di Belfort, non giudica — registra, amplifica, esagera fino al grottesco. E funziona.

DiCaprio e Jonah Hill: una coppia che non si dimentica

Leonardo DiCaprio porta Jordan Belfort come nessun altro avrebbe potuto. Non è la prima volta che lavora con Scorsese — Gangs of New York nel 2002, The Aviator nel 2004, The Departed nel 2006, Shutter Island nel 2010 — ma questa è la performance più fisica, più comica, più destabilizzante della loro collaborazione. La scena in cui Belfort cerca di raggiungere la macchina dopo aver preso Quaalude che non avrebbe dovuto funzionare e invece funziona — strisciando sulla rampa d'ingresso del country club, guidando in stato di completa incapacità — dura quasi cinque minuti ed è pura slapstick di altissimo livello, costruita con DiCaprio che ha girato ripetutamente quel segmento fino a trovare il ritmo esatto.

Jonah Hill è Donnie Azoff, il socio di Belfort, con quei denti sbiancati all'inverosimile e quella faccia da eterno gregario euforico: una candidatura all'Oscar come non protagonista che racconta quanto la performance sia calibrata sul filo tra il comico e il disturbante. Il cast di supporto comprende Margot Robbie al suo debutto hollywoodiano di peso nei panni di Naomi, Matthew McConaughey in una sequenza memorabile che dura pochi minuti ma definisce l'intero universo morale del film, e Rob Reiner come padre urlante di Belfort — uno dei personaggi più genuinamente divertenti.

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Scorsese e l'eccesso come metodo

Il film costò 100 milioni di dollari e ne incassò oltre 392 in tutto il mondo, diventando il film con più incassi nella carriera di Scorsese fino a quel momento. Ottenne cinque candidature agli Oscar — miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatura non originale — senza vincerne nessuna, in un'edizione dominata da 12 anni schiavo e Gravity.

La questione che animò la discussione critica all'uscita, nel dicembre 2013, era se Scorsese stesse glorificando Belfort o condannandolo. La risposta è né l'uno né l'altro. Il finale non dà soddisfazione: Belfort esce dal carcere dopo 22 mesi — in cambio della collaborazione con l'FBI — e riprende a fare il guru della vendita in giro per il mondo. L'ultima inquadratura mostra il pubblico di uno dei suoi seminari che lo guarda con occhi spalancati, pronto ad assorbire ogni parola. Scorsese chiude lì, con quella platea di facce avide e speranzose, e lascia che sia lo spettatore a capire di essere stato in quella stessa posizione per tre ore.fcccc

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