Tutti vogliono Letterboxd: trattative da 300 milioni con A24 e New York Times
A24 e New York Times puntano ad acquistare Letterboxd: la piattaforma cinefila verso una valutazione da 300 milioni. Scopri i dettagli dell'operazione.
La piattaforma social punto di riferimento per la cinefilia sta vivendo un momento di svolta, attirando i più grandi nomi dell'intrattenimento e dei media mondiali. L'imminente cessione della sua quota di maggioranza sta scatenando un'asta che potrebbe ridefinire i rapporti tra pubblico giovanile, critica e distribuzione. Comprendere le dinamiche economiche ed etiche di questo passaggio offre uno spunto fondamentale per analizzare il mercato digitale contemporaneo.
L'interesse finanziario è esploso dopo la decisione della holding canadese Tiny di vendere il proprio 60% acquisito nel 2023. Con la supervisione della banca d'affari LionTree, le trattative stimano la società oltre i 300 milioni di dollari: una cifra pari a venti volte i profitti previsti per il 2026 (circa 15 milioni di dollari).
La corsa alla quota di Tiny vede contendersi il campo da diversi settori: colossi dello streaming e major come Netflix, Sony Pictures Entertainment e Paramount Skydance. Nomi dell'editoria e del cinema indie come A24 e il New York Times (che mantiene il riserbo tramite la portavoce Katie Hill) fondi come TPG, imprenditori come Alexis Ohanian e il gruppo Versant Media (proprietario di Rotten Tomatoes), ritiratosi dopo i primi contatti.
I creatori originali Buchanan e von Randow, che conservano il restante 40% delle quote sociali di Letterboxd, dovranno avallare qualsiasi decisione strategica sul futuro della società. La questione più complessa riguarda però l'imparzialità del servizio: la potenziale acquisizione da parte di uno studio di produzione o di un colosso dello streaming solleva il timore di un palese conflitto di interessi.
Il pubblico e la comunità di utenti potrebbero infatti dubitare della neutralità degli algoritmi e della promozione dei contenuti, ipotizzando trattamenti di favore verso le opere prodotte dalla futura proprietà, riproponendo le medesime perplessità storicamente sorte attorno al controllo societario esercitato su aggregatori di recensioni come Rotten Tomatoes.