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Venezia 2026, Salvini attacca il Festival: "Troppi pro-Pal", la posizione della Mostra sul caso Naza

L'83ª Mostra del Cinema si chiude tra premi, grandi film e una forte presenza di Gaza. Le parole del vicepremier riaprono il dibattito sul rapporto tra cinema, politica e libertà di espressione.

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La Mostra del Cinema di Venezia 2026 non si è chiusa con l'ultima passerella sul red carpet. A riaccendere i riflettori sull'83ª edizione è stato infatti Matteo Salvini, intervenuto il giorno dopo la conclusione della manifestazione con una critica molto dura nei confronti del Festival. Secondo il vicepremier e leader della Lega, quella appena terminata al Lido sarebbe stata "tutto fuorché un festival del cinema", a causa della presenza, a suo giudizio eccessiva, di messaggi a sostegno della causa palestinese. Una presa di posizione che arriva al termine di un'edizione nella quale la guerra a Gaza è stata effettivamente uno dei temi più sentiti, non soltanto nelle opere presentate, ma anche negli interventi degli autori e nelle iniziative organizzate intorno al Festival. Il caso più emblematico è stato Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria.

Salvini ha affidato la propria valutazione a un intervento in videocollegamento dalla festa nazionale dell'Udc a Roma. Il ragionamento del vicepremier parte dalla presenza della solidarietà alla Palestina durante la Mostra e arriva alla necessità, secondo lui, di mantenere una maggiore attenzione anche nei confronti della componente israeliana del conflitto: "Io ricordo che il 7 ottobre 2023 c'è stata la più grande strage di ebrei dal dopoguerra a oggi, quindi occorre equilibrio". Le sue parole

Parole destinate inevitabilmente a dividere, soprattutto perché arrivano nel contesto di un conflitto che, da quasi tre anni, ha visto un numero enorme di vittime palestinesi, tra cui moltissimi bambini innocenti. Da una parte c'è l'idea di una manifestazione cinematografica che dovrebbe mantenere il proprio baricentro sulle opere, sugli autori e sulla qualità artistica. Dall'altra c'è la natura stessa del cinema contemporaneo, che sempre più spesso utilizza il linguaggio documentaristico e la fiction per raccontare guerre, persecuzioni, crisi umanitarie e conflitti politici. Del resto se la settima arte non attingesse da ciò che sono gli uomini, anche dalla loro natura più cupa e torbida, che arte sarebbe? Ed è proprio qui che Venezia 83 ha mostrato una delle sue caratteristiche più evidenti: il cinema non è separato dalla realtà. Non lo è mai stato.

Una scena del documentario "Naza" - Fonte: The Guardian

Naza nasce da un lavoro di ricerca sulle operazioni militari israeliane a Gaza e utilizza anche testimonianze legate agli apparati militari e di intelligence israeliani. La stessa Biennale presenta il film come un'inchiesta sui sistemi alla base delle operazioni contro la popolazione palestinese. La proiezione ha provocato una delle reazioni più forti dell'intera Mostra: una lunghissima ovazione. Successivamente il film ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal.

Ma la scelta ha inevitabilmente trasformato un riconoscimento cinematografico in un caso politico. Anche se sarebbe riduttivo leggere il premio soltanto attraverso lo scontro tra sostenitori e oppositori della causa palestinese. La giuria di Venezia 83 era chiamata a valutare le opere in concorso secondo criteri artistici e cinematografici, e Naza è stato scelto all'interno di una competizione internazionale composta da film provenienti da differenti culture e sensibilità. Il film, inoltre, non è stato premiato con il Leone d'Oro: il massimo riconoscimento è andato a Woman Unknown di May el-Toukhy, mentre Naza ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria.

La Biennale al momento non ha risposto con una nota ufficiale alle dichiarazioni di Salvini. Forse la replica più significativa è arrivata indirettamente, attraverso Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra, che nel bilancio finale dell'edizione ha affrontato proprio il caso Naza. E la sua posizione è stata tutt'altro che diplomatica.

Barbera ha definito il documentario un'opera di grande qualità cinematografica: "Un film politicamente dirompente e cinematograficamente estremamente interessante. Sì è vero solo interviste, ma non è una collezione di interviste qualsiasi, ma ottanta minuti in cui si è costruito un film con delle invenzioni di regia e delle sottigliezze di messa in scena sorprendenti". ha spiegato all'Ansa e ha aggiunto: "Ci hanno messo tre anni a convincere questi ufficiali dell'intelligence e dell'esercito israeliano a raccontare il lavoro che hanno fatto nel momento in cui è cominciata l'invasione di Gaza e vi assicuro che sono testimonianze scioccanti. Questo è il minimo che si possa dire". Il direttore ha inoltre sottolineato come l'accoglienza ricevuta in sala dimostrasse, dal suo punto di vista, quanto il pubblico fosse stato coinvolto dal significato del film.

È una risposta che non entra direttamente nello scontro politico con Salvini, ma difende una precisa idea di festival: Venezia non dovrebbe evitare un film perché il suo contenuto è scomodo, divisivo o politicamente sensibile. In altre parole, Barbera sembra rispondere alla polemica non tanto con una controaccusa, quanto con la rivendicazione della funzione culturale della Mostra.

Ma il cinema deve raccontare anche ciò che divide? È questo il vero interrogativo lasciato in eredità da Venezia 83. Un festival internazionale può davvero essere considerato neutrale quando porta sullo schermo una guerra in corso? E soprattutto: la neutralità consiste nel non affrontare determinati argomenti oppure nel permettere che più punti di vista possano trovare spazio?

La polemica sollevata da Salvini parte da un'esigenza di equilibrio. La posizione di Barbera e di chi ha difeso la presenza di Naza parte invece dall'idea che proprio il cinema debba avere la libertà di mostrare ciò che accade nel mondo, anche quando la rappresentazione non coincide con una posizione politica istituzionale. Sono due concezioni differenti del rapporto tra cultura e politica. E Venezia, nel 2026, ha scelto chiaramente di non sottrarsi alla seconda.

A difendere la scelta di portare questi temi all'interno dei festival è stato anche Andrea Occhipinti, fondatore di Lucky Red. Commentando la polemica successiva alle dichiarazioni di Salvini, ha sostenuto che i festival abbiano anche la responsabilità di aprire una finestra sulle tragedie contemporanee: "Penso una responsabilità fondamentale dei festival, sia aprire delle finestre su quello che succede intorno a noi. Non possiamo non vedere, nel caso specifico, quello che sta succedendo a Gaza e nel West Bank, in Cisgiordania - dichiara all' Ansa -. Li' c'è veramente l'estirpazione di una popolazione, una tragedia in atto di cui non parliamo e di cui così siamo in qualche modo complici, anche perché i nostri Stati non sono abbastanza critici nei confronti di quello che sta facendo Israele e con la complicità degli Stati Uniti. E' fondamentale che i festival accolgano dei documentari, dei film che parlano di queste tragedie e di quello che succede nel mondo".

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