Werwulf, Aaron Taylor-Johnson e il bizzarro retroscena dal set con un vero lupo
Il bizzarro retroscena dal set di Werwulf e la folle preparazione di Aaron Taylor-Johnson
Il cinema horror, lo sappiamo, è spesso ridotto a una catena di montaggio di jump scare e citazionismo nostalgico. Fin quando non si parla di quel genio di Robert Eggers.
Il prezzo da pagare per questa operazione di brutale realismo è l'immediata distruzione dei pilastri del genere. Intervistato da Esquire, il cineasta ha annunciato di aver premuto il pulsante di reset e aver eliminato, senza troppi complimenti, due dogmi assoluti: il contagio da morso e la vulnerabilità all'argento.
Addio, dunque, alle storiche suggestioni di Un lupo mannaro americano a Londra e alle faide balistiche in stile Underworld. Nel medioevo di Eggers il mostro risveglia ancestrali paure contadine legate a una maledizione ben più profonda e spirituale.
La metamorfosi di Taylor-Johnson
Per incarnare questa creatura primordiale, Aaron Taylor-Johnson (alla sua seconda collaborazione consecutiva con il regista dopo l'esperienza sul set di Nosferatu) ha dovuto abbracciare un metodo di recitazione viscerale e anti-convenzionale.
Eggers descrive il suo protagonista come un contadino spezzato, un uomo condannato che cerca una disperata redenzione attraverso l'amore, immerso in un contesto scenografico descritto come un inferno materico di pioggia, sterco, sofferenza e sangue.
La ricerca dell'autenticità ha spinto la produzione a rifiutare i facili compromessi della computer grafica in favore di una preparazione quasi antropologica. La troupe ha studiato i movimenti di veri ibridi tra cani e lupi, e lo stesso Taylor-Johnson ha vissuto a stretto contatto con un autentico lupo per assimilarne il linguaggio non verbale, gli scatti e l'imprevedibilità. Un'esperienza estrema che, secondo il regista, ha regalato all'attore la performance più alta e sconvolgente della sua intera carriera, un ulteriore passo avanti rispetto al terrificante Nosferatu.