Come Asghar Farhadi scrive i suoi film da Oscar, spiegato da lui stesso

Nessuno scrive film come Asghar Farhadi. Dei thriller di parola in cui gli incastri di vicende e personaggi si estendono anche al passato che sta prima del film e influenzano azioni e intrecci, in un groviglio al tempo stesso molto chiaro e molto complicato, che racconta di volta in volta due cose: il tema che Farhadi vuole esplorare e l’impossibilità di conoscere la realtà.

Sono film che non somigliano a nessun altro e l’ultimo, Un eroe, in uscita in Italia il 4 gennaio e designato a rappresentare l’Iran agli Oscar (premio che Farhadi ha vinto già due volte) ne è l’ennesimo fantastico esempio. Cinema di scrittura in cui le immagini hanno un rilievo importantissimo.

Proprio per l’uscita di Un eroe abbiamo incontrato Farhadi a Roma, per parlare di come sì possano scrivere film di questo tipo, come funzioni la sua creatività, come inizi a partorire questi intrecci ogni volta. E non stupisce che risultati così clamorosi vengano da un processo creativo unico che non somiglia a nessun altro.

Cominciamo dall’inizio, da dove parte per scrivere le sue sceneggiature? Qual è il punto di inizio?

“Per prima cosa c’è il tema intorno al quale voglio muovermi. Per quest’ultimo film era la costruzione di un eroe. Quando decido di cominciare per qualche mese semplicemente scrivo delle note che non c’entrano anche nulla l’una con l’altra. Scrivo su piccoli pezzetti di carta colorata e li attacco al muro della mia stanza fino a che non è pieno. A volte sono note con solo il nome di un personaggio o anche con un dialogo che non ha senso oppure dei miei ricordi. In questo modo creo il puzzle. Ogni giorno tolgo dei pezzetti di carta e ne aggiungo altri in un processo che dura 2-3 mesi di solito e forma la linea della storia da sviluppare. La cosa importante è che fino a questo punto del processo è tutto basato sul cuore, non sto ancora ragionando.
E poi arriva il punto in cui devo riuscire a scrivere tutta la storia in 3 righe, come se la dovessi raccontare al telefono a qualcuno. È qui che entra il ragionamento, il momento in cui devo iniziare a pensare con il cervello e a furia di scrivere e riscrivere e riscrivere il soggetto incastro i pezzi del puzzle. Non tengo conto delle riscritture ma una volta un attore che ha lavorato con me in un’intervista ha detto che quando gli arrivò la sceneggiatura sopra c’era scritto ‘43esima versione’ e io non me lo ricordavo nemmeno. Però è proprio questa continua riscrittura che crea gli incastri dei miei film”.

In quale momento di questo processo capisce qual è la storia principale e quali invece sono quelle laterali?

“È facile: la storia che ha un inizio e una fine è quella principale, le altre sono quelle collaterali, servono alle volte anche solo a dare colore o creare l’atmosfera. E quella principale inoltre è quella raccontata nella sintesi di tre righe che dicevo. Ci deve sempre essere: un inizio, una fine e chi è che racconta”.

un eroe asghar farhadiNei suoi film è cruciale lo svelamento progressivo delle informazioni, cosa ci viene detto prima e cosa dopo, questa scaletta degli svelamenti è quello che determina nel processo creativo che ha definito più razionale?

“Esattamente. Quando comincio a pensare coscientemente e non più con il cuore decido ad esempio che al decimo minuto svelerò un certo pezzo di puzzle mentre al 45esimo minuto un altro, ma non c’è una formula precisa. Mi sa che ora sei più confuso di prima.
Sai alla fine è come quando sogni una cosa e poi vuoi raccontarlo, provi a farlo con tutti i dettagli ma in definitiva nessuno può sognare quel che hai sognato tu”.

Nei suoi film c’è sempre qualcosa che è già successo, che sta nel passato e che ci viene svelato lungo il film, ma visto che lei la storia dei personaggi la scrive tutta come decide qual è il momento di quella grande storia che il film racconterà e cosa invece ne rimane fuori e viene solo evocato?

“Decido di raccontare la parte con una situazione di crisi. Perché penso che le persone tirino fuori il loro vero carattere in un momento di crisi”.

È un processo creativo unico, viene dalla maniera in cui in Iran si sceneggia o è una sua invenzione?

“Nel cinema iraniano esistono film che raccontano storie simili alle mie ma non credo che altri usino questo mio metodo. Ci sono arrivato piano piano e lo sto ancora mettendo a punto”.

Procedendo così mi pare di capire che sul set e al montaggio ci siano pochi margini di modifica o aggiustamento no? Altrimenti crolla il puzzle…

“Sul set si possono cambiare dei dettagli come anche al montaggio. Il grosso è tutto impostato, però sì è possibile fare delle modifiche”.

E effettivamente capita? Cioè le è capitato di aggiustare i film sul set o al montaggio?

“Quasi mai. Al massimo piccoli dettagli”.

Riesce a mantenere questo modo di scrivere e girare anche quando la produzione non è iraniana?

“Sì ho usato lo stesso processo, solo che quando lavoro in un altro paese devo continuamente controllare il contesto culturale. Quando ho lavorato in Francia ci ho messo molto per finire di scrivere ma lo stesso ho portato la sceneggiatura a Jean-Claude Carriere che è uno scrittore francese, per capire se gli sembrava scritta da un francese o da un non francese. E solo avuto il suo beneplacito ho saputo che il contesto culturale era giusto”.

eroeNel suo paese ci sono cineasti che fanno un cinema apertamente opposto al governo e a tante cose che esistono in Iran, penso a Jafar Panahi ovviamente, mentre il suo cinema non appare in opposizione allo status quo. Lo stesso però ho l’impressione che i suoi film siano ugualmente sovversivi solo in una maniera invisibile.
Faccio un esempio: so che una delle regole per superare la censura è che uomo e donna non siano mostrati mentre si toccano e in Un separazione il punto del film è che una persona forse ne ha toccata un’altra, e noi non lo sappiamo mai per certo, che sembra una presa in giro del sistema perché non si può capire se vada censurato o no.

“È giusto. È esattamente così. È un approccio indiretto e invisibile agli argomenti che voglio trattare e questa è la ragione per la quale riesco a far uscire i miei film in patria. Attenzione però non è qualcosa a cui mi auto costringo è un modo mio di raccontare e centra con il rispetto che ho per lo spettatore”.

Ha mai avuto problemi con la censura di stato?

“Fino ad oggi ha funzionato. Certo il film spagnolo che ho fatto [Tutti lo sanno ndr] sapevo già che non avrebbe mai avuto i permessi per la distribuzione e nemmeno li ho chiesti. L’unica volta che mi hanno respinto una sceneggiatura è stato 20 anni fa, era la mia prima e non ottenne il permesso. Dopo qualche anno l’ho rimaneggiata ed è uscita come mio secondo film Beautiful City”.

Cineasti come Yorgos Lanthimos dopo aver ottenuto il successo che ha ottenuto lei fanno il salto e vanno a girare film altrove, addirittura in America. Sono sicuro che lei ad un certo punto avrebbe potuto, ma non a parte il film francese e quello spagnolo non è andato stabilmente a girare altrove. Non ha voluto?

“Ad oggi quasi ogni mese ricevo proposte per un film o per una serie dall’estero ma voglio lavorare a casa mia, fino a quando sarà possibile. Ho fatto due film all’estero ma il mio cuore vuole sempre lavorare in Iran”.

La maniera in cui scrive le sue storie con il mistero e lo svelamento progressivo delle informazioni a tirare la trama è la stessa maniera in cui vengono scritte le serie tv moderne. Ha mai avuto voglia di farne una?

“In passato ho fatto serie per la tv iraniana ma non mi sento vicino a quel meccanismo che richiede anni per farne una sola. Qualche anno fa mi hanno proposto una serie dagli Stati Uniti basata su un romanzo che mi ha attirato molto ma non potevo metterci 4 o 5 anni della mia vita per fare una serie”.